mercoledì 10 Agosto 2022
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Reddito di cittadinanza: Inapp e Inps fanno luce sugli effetti della misura

L'indagine dell'istituto nazionale di analisi delle politiche pubbliche e i dati Inps fanno chiarezza sui risultati dello strumento di welfare a tre anni dalla sua introduzione

Circa la metà dei percettori è un “lavoratore povero”, solo il 40% ha sottoscritto un patto per il lavoro, oltre la metà dei beneficiari ha rifiutato l’offerta perché non in linea con le proprie competenze e titolo di studio. Sono questi i maggiori risultati dell’indagine Inapp sul Reddito di cittadinanza. La misura di welfare cavallo di battaglia del Movimento 5 stelle, in vigore da marzo 2019, associa l’erogazione di un sussidio economico ad un percorso di reinserimento lavorativo o sociale. In pratica, come emerge dai dati Inapp e dal report Inps, è proprio la parte legata alle politiche attive del lavoro a non funzionare, almeno come si sperava, considerando che per la misura sono stati spesi in tre anni oltre 20 miliardi. Vediamo quali sono le maggiori criticità a tre anni dall’introduzione dello strumento.

Elaborazione La Verità sui dati Inps e Istat relativi al 2021 su RdC

Andiamo con ordine. La misura ha riguardato nella maggior parte dei casi persone residenti nelle regioni del Mezzogiorno: sul podio Campania, Sicilia e Calabria. Dalla lettura del report Inps, emerge che la platea dei percettori del RdC è aumentata notevolmente dal 2019 al 2021, complice il Covid.
I nuclei beneficiari di almeno una mensilità nel primo anno sono stati 1,1 milioni; nel 2020 il dato è salito a 1,6 milioni di persone, per arrivare a quasi 1,8 milioni di beneficiari nel 2021. Un dato allarmante riguarda il fatto che da aprile 2019, il 70% dei beneficiari ha continuato a percepire la misura a dicembre 2021: la sua erogazione, più che da incentivo a inserirsi nel mercato del lavoro, funge da deterrente. A essere coinvolte sono state 4,65 milioni di persone costando 20 miliardi di euro. Dall’indagine Inapp, condotta su un campione di oltre 45.000 individui dai 18 ai 74 anni, si legge che “oltre 814 mila cittadini, in rappresentanza di altrettante famiglie, hanno percepito il Reddito di cittadinanza già da prima dell’emergenza Covid19, pari al 45% dei percettori. Poco più di 1 milione di famiglie (il 55%), invece, ha iniziato a percepire il RdC durante la crisi sanitaria. Platea che dovrebbe quasi raddoppiarsi, perché 1,6 milioni di famiglie ha ammesso di volere far richiesta della misura nel breve periodo.

quasi la metà dei percettori è composta da lavoratori poveri

Quali sono stati gli effetti dello strumento di welfare a circa tre anni dalla sua introduzione? “Un’àncora di salvezza per 1,8 milioni di famiglie”, così il Presidente dell’Inapp Sebastiano Fadda, “ma circa il 46% dei percettori risultano occupati (552.666 standard e 279.290 precari) con impieghi tali da non consentire loro di emergere dal disagio e da costringerli a ricorrere al RdC per la sussistenza”. Fadda ha aggiunto che “Basterebbe migliorare le condizioni retributive di questi lavoratori per quasi dimezzare immediatamente l’attuale numero dei percettori del reddito di cittadinanza”. In poche parole, quasi un beneficiario su due è povero. Emerge con forza il fenomeno dei working poors: in Italia, tra i percettori della misura, il 30% è costituito da lavoratori standard e il 15,4% da lavoratori precari.

L’indagine Inapp mette in evidenza tutte le criticità relative alle parte delle politiche attive, quella che, da sempre, desta maggiori perplessità. La stessa Corte dei Conti, in un documento di aprile 2021, ha dichiarato la necessità di riformare il Reddito di dittadinanza, slegando lo strumento di contrasto di povertà da quello della ricerca del lavoro.

solo il 38,3% beneficiari contattato dai centro per l’impiego

Il 53,6% dei beneficiari ha rifiutato l’offerta di lavoro perché l’attività non era in linea con le competenze possedute; il 24,5% perché non conforme al titolo di studio, l’11,9% per via di una retribuzione troppo bassa. Solo il 7,9% ha rifiutato per la necessità di spostarsi. Come scrivono i ricercatori dell’Inapp, il rifiuto per circa il 78% dei rispondenti beneficiari della misura è attribuito alla modesta qualità delle proposte ricevute. In geenrale è stato troppo basso il numero dei percettori presi in caricato dai centri per l’impiego e dai servizi sociali: solo il 39,3% ha dichiarato di essere stato contattato dai cpi e il 32,8% dai Comuni. E di quel 39,3% contatto dai cpi, solo il 40% ha sottoscritto il patto per il lavoro solo la metà di questi ha ricevuto una proposta di lavoro, rifiutata dal 56% degli stessi, con le motivazioni già illustrate. Tra coloro che sono stati contattati dai Comuni, solo 3 su 10 hanno sottoscritto il patto di inclusione sociale e solo il 20% ha partecipato a progetto di utilità collettiva.

i benefici della misura per i suoi percettori

Un aspetto interessante che Inapp ha colto dall’indagine attiene al benessere e alla sfera psico-sociale dei beneficiari della misura. Il 64% nutre un alto grado di fiducia nelle istituzioni, il 63% ha avuto più tempo per i figli, il 61% ha migliorato la sua condizione economica, il 58% ha fatto volontariato. Più della meta ha visto migliorare la sua condizione psicofisica e la metà ha una maggiore autostima, fiducia in sé stesso e nel futuro.

l’operazione restyling

Furbetti del Reddito, truffe, escamotage per ricevere il sussidio. In questi tre anni sono stati tanti gli episodi su cui si sono accesi i riflettori e che evidenziano l’intrinseca inefficienza della misura, che si innesta in un mercato del lavoro già fortemente disfunzionale, a cui, prima che strumenti di welfare acchiappa consenso, servirebbe un’organica riforma dei centri per l’impiego. A novembre 2021 il governo è intervenuto con la legge di Bilancio per un’operazione restyling: stretta di controlli ex ante ed ex post, l’addio alla controversa figura del navigator, sistema di décalage dopo il rifiuto della prima offerta di lavoro, sanzioni più aspre. Entro la fine di marzo partiranno i controlli rafforzati sulla situazione penale dei componenti dei nuclei beneficiari grazie al raccordo tra i dati Inps e Ministero della Giustizia, dopo i numerosi casi di percettori con la fedina penale sporca, truffatori e affiliati alle cosche. Riusciranno tali interventi a modificare la sua funzione quasi meramente assistenzialista?

Giorgia Caianiello
Ho conseguito la laurea magistrale in Governo e Politiche alla Luiss Guido Carli di Roma. Sono appassionata di libri e cultura classica. Nel tempo libero scrivo poesie e corro.
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