martedì 6 Dicembre 2022
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Migranti, chiude la tendopoli di San Ferdinando: gli invisibili restano tali

Storia di un microcosmo di sfruttamento e povertà. Cos'è cambiato 12 anni dopo la rivolta di Rosarno? Prefettura e Regione cercano fondi e sistemazioni più dignitose per i braccianti agricoli

La decisione è stata presa: la tendopoli per migranti di San Ferdinando, nella Piana di Gioia Tauro, verrà smantellata. A comunicare la notizia il prefetto di Reggio Calabria, Massimo Mariani, dopo aver concluso un giro di consultazioni con la Regione Calabria e i Comuni di San Ferdinando e di Gioia Tauro e aver sentito le organizzazioni più vicine ai migranti.

Il prefetto ha precisato: “Aspettiamo che la Regione Calabria metta a disposizione i fondi per varare un progetto di accoglienza e di residenza, utilizzando alcuni beni confiscati”. L’idea di fondo sarebbe quella di offrire ai migranti strutture di residenza che assicurino dignità. Ma sui tempi di smantellamento della tendopoli non c’è nulla di certo e si attende che la Regione metta a disposizione i finanziamenti che sono stati assicurati per varare un progetto di accoglienza e di residenza, utilizzando alcuni beni confiscati alla criminalità organizzata.

Storia di una tendopoli

Ma facciamo un passo indietro. Della tendo-baraccopoli di San Ferdinando se ne parla dal 2010, anno della rivolta dei migranti di Rosarno, piccolo paese della Piana di Gioia Tauro.

In un pomeriggio di gennaio, due braccianti di origine africana di ritorno da una dura giornata nei campi, vennero feriti con colpi di arma da fuoco. La reazione dei migranti fu quella di uscire dalle fabbriche abbandonate – uniche “abitazioni” disponibili insieme ai casolari abbandonati nelle campagne – e scaricare la propria rabbia nelle strade, armati di bastoni e spranghe. La strada statale che attraversa Rosarno divenne lo scenario di una vera e propria guerriglia urbana, tra cassonetti divelti, automobili distrutte e abitazioni danneggiate. Una reazione esasperata, espressione di un malessere causato da condizioni di vita disumane.

La rivolta a Rosarno (2010)

Fu allora che l’opinione pubblica scoprì che ogni anno, nei mesi di picco della raccolta degli agrumi, oltre 2000 migranti raggiungono le campagne della Piana per lavorare come braccianti in condizioni di gravissimo sfruttamento, in un sistema ben radicato nella filiera produttiva agroalimentare e che porta il nome di Caporalato.

Gli effetti della rivolta di Rosarno

Nonostante la drammaticità, l’evento portò a degli effetti importanti. L’accaduto contribuì a far crescere la consapevolezza dell’opinione pubblica italiana ed europea sul fenomeno dello sfruttamento della manodopera agricola e ad interessarsi al dibattito sul caporalato e sul fenomeno dei ghetti disseminati per il Sud Italia. Inoltre, l’evento spinse singoli e organizzazioni a impegnarsi in favore dei lavoratori agricoli migranti, talvolta insieme a essi: Associazioni, sindacati, Ong, organizzazioni religiose, gruppi del consumo critico.

All’impegno della società civile seguì l’intervento delle istituzioni locali e dei governi nazionali. Furono introdotte due leggi nazionali, una nel 2011 e l’altra nel 2016, che ridefinirono le norme sul contrasto al caporalato e allo sfruttamento del lavoro. Vennero poi firmati protocolli e istituiti tavoli, come il “Tavolo nazionale anti caporalato” dal Ministero del Lavoro, attivo da gennaio 2019. Le regioni sono intervenute soprattutto per sgomberare ghetti e allestire tendopoli e altre tipologie di centri di “accoglienza” per braccianti, dalla Piana di Gioia Tauro al foggiano, dalla Basilicata al Piemonte.

Nel 2019, a seguito della visita in Italia dello Special Rapporteur sulle forme contemporanee di schiavitù, le Nazioni Unite diffusero un report nel quale si sottolineava come i diritti dei lavoratori fossero spesso violati e come essi potessero essere esposti a “severo sfruttamento o schiavitù”. L’Onu chiese allo Stato italiano di fare attenzione alla “continue sfide nell’assicurare condizioni di vita e di lavoro decenti ai lavoratori migranti nel settore”.

Il circolo vizioso ‘sgombero-tendopoli-baraccopoli’

Se nell’anno della rivolta nella Piana di Gioia Tauro si contavano circa 1500 lavoratori stranieri, per lo più provenienti dall’Africa subsahariana occidentale e con regolare permesso di soggiorno, ad oggi il numero resta quasi invariato, così come le condizioni abitative e lavorative. A poco è servito il relativo impegno delle istituzioni locali e nazionali che hanno dimostrato una scarsa pianificazione politica, limitandosi a seguire il circolo vizioso sgombero-tendopoli-baraccopoli.

A San Ferdinando l’ultimo sgombero è avvenuto nel 2019 quando furono portate via 2mila persone. In quei giorni fu costruita la nuova tendopoli, con un presidio fisso dei Vigili del Fuoco, Polizia e Carabinieri e le tende blu del Ministero dell’Interno.

Secondo le stime della polizia, nella tendopoli di San Ferdinando vivono attualmente 350 migranti di nazionalità africana, circa 50 in più rispetto alla capienza massima. Alle tende blu del Ministero si alternano baracche di legno, rigorosamente abusive e altamente pericolose nell’eventualità di incendi – come già successo nel 2018 e nella notte dello scorso capodanno.

Occhiuto: “Condizioni inaccettabili. Pronti a lavorare per trovare risorse”

Il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, si è detto pronto a risolvere la questione e a lavorare “per trovare le risorse per procedere alla bonifica dell’area interessata”. Inoltre, pare che già dalla prossima settimana verrà promosso un tavolo permanente con tutte le istituzioni, in primis i Comuni di San Ferdinando e di Gioia Tauro. “Non è accettabile che nel 2022 possa ancora esistere un luogo nel quale non viene assicurata la legalità, la dignità dell’individuo, la possibilità di una normale convivenza civile”, ha chiosato Occhiuto.

L’iniziativa delle dodici diocesi calabresi

Lunedì 24 gennaio i vertici della Caritas calabrese hanno fatto visita alla tendopoli di San Ferdinando per sollevare la questione delle risposte politiche sempre troppo insufficienti. È stata inoltre annunciata un’iniziativa delle dodici diocesi calabresi che metteranno a disposizione delle borse lavoro per garantire ad alcuni migranti il mantenimento di un contratto e di un alloggio.

Il sindaco Tripodi: “risposta a logica emergenziale non funziona”

Anche il sindaco di San Ferdinando, Andrea Tripodi, ha espresso il suo disappunto sulla gestione della struttura: “È mancato un percorso di superamento della tendopoli perché si continua a rispondere in una logica emergenziale ciò che invece ormai è un dato epocale permanente che richiede una visione politica”.

Il 2022 iniziato con ‘boom’ di sbarchi

Nel frattempo l’emergenza dei migranti non accenna a diminuire e le coste italiane rimangono un triste teatro di morte e povertà. Secondo i dati del Ministero dell’Interno dall’1 al 24 gennaio sono approdati in Italia 1.751 migranti.

Il 2022 è iniziato con un vero e proprio boom di sbarchi. Risale a pochi giorni fa la notizia dello sbarco di 280 migranti a Lampedusa: a bordo, insieme ai corpi esausti, sette cadaveri. Mentre rimangono in balia delle onde i 438 sopravvissuti a bordo di Geo Barents, nave di Medici Senza Frontiere, che da otto giorni aspetta di sbarcare in un porto sicuro – sia il governo italiano che quello maltese hanno respinto le richieste.

Ma il primo arrivo del 2022 è avvenuto in provincia di Reggio Calabria, a Roccella Jonica, dove è sbarcato un gruppo di 104 migranti a maggioranza afghana, siriana e irachena. Tra loro 12 donne e quattro neonati con meno di sei mesi vita, a bordo erano presenti anche alcuni nuclei famigliari e numerosi minori non accompagnati.

Sofia Antonelli
Ho conseguito la Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli di Roma. Curiosa per natura e appassionata di storia e di musica. Tra le tematiche che mi stanno più a cuore, la tutela dei diritti umani e le questioni di giustizia sociale e distributiva.
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