martedì 6 Dicembre 2022
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Covid e salute mentale: perché c’era bisogno del bonus psicologico

Il 31 dicembre scorso il governo ha bocciato il provvedimento. Ma i numeri parlano chiaro: il disagio è aumentato con la crisi pandemica soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno

«Il Covid aumenta il disagio psichico. Nessuno sia lasciato solo, va tutelata la dignità». Così si è pronunciato il 10 ottobre 2020, in occasione della giornata mondiale della salute mentale, il quasi uscente Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Un’esortazione che non è stata colta dal governo italiano che, il 31 dicembre scorso, ha ufficialmente bocciato il bonus psicologico all’interno della Manovra di bilancio 2022. Una notizia che lascia l’amaro in bocca specie a fronte dell’impatto che gli ultimi due anni di pandemia hanno avuto sulla salute mentale degli italiani, soprattutto sui giovani.

Ma come avrebbe funzionato il bonus psicologico? E a chi sarebbe spettato?

Introdotto per la prima volta dal decreto Sostegni bis e rimasto fermo in attesa del provvedimento attuativo, il bonus era nato come misura di sostegno esclusivamente rivolta a studenti e personale scolastico. La platea dei beneficiari è stata poi estesa con l’emendamento in manovra che aveva previsto due tipologie di sostegno: la prima in base all’ISEE, la seconda senza limiti di reddito.

L’emendamento per modificare il disegno della legge di bilancio 2022 è stato presentato il 2 dicembre 2020 da tre esponenti senatori del Pd. In seguito la modifica ha ricevuto il supporto di tutte le forze politiche.

Cassato l’emendamento da 50mln per il Fondo salute mentale

L’emendamento chiedeva la creazione di un “Fondo salute mentale” da 50 milioni di euro l’anno, diviso in due sussidi principali: un bonus “avviamento” finanziato con 15 milioni di euro e un bonus “sostegno” da 35 milioni di euro. Il primo avrebbe permesso a tutti i cittadini maggiorenni a cui non è stato diagnosticato un disturbo mentale, senza limiti di reddito, di accedere a un contributo forfettario da 150 euro ogni due anni. Il secondo bonus invece avrebbe erogato sussidi tra i 400 e i 1.600 euro in base all’Isee del richiedente.

Ma niente di tutto questo avverrà. Così è stato deciso dal governo che, evidentemente, non considera il supporto alla salute mentale tra le emergenze nel nostro Paese, o al pari livello dei bonus per l’acquisto di tv, decoder e la sostituzione di rubinetti e sanitari.

Proprio così. C’è stato il bonus baby sitter, poi quello per le vacanze estive. C’è stato il bonus per i monopattini elettrici, il “bonus terme”, persino il Superbonus 110% per le ristrutturazioni delle villette. Ogni settore, dal turismo all’ecosostenibilità, ha potuto godere di un aiuto da parte dello Stato, per evitare un collasso, o per incentivare un comportamento virtuoso.

Ma la salute mentale no, non è stata ritenuta prioritaria dal governo che, all’ultimo, ha cassato l’emendamento da 50 milioni di euro che sarebbero serviti come sostegno per chi, anche senza una diagnosi di un disturbo mentale, a causa dell’impatto della pandemiaha bisogno di assistenza psicologica. E che, anche a causa delle difficoltà economiche scaturite dall’emergenza sanitaria, tra lockdown, misure restrittive e didattica a distanza, non ha la possibilità di pagarsi quel tipo di sostegno.

Eppure, la decisione di estromettere la salute mentale dalla manovra 2022 appare sconsiderata e a tratti pericolosa. Basti pensare agli effetti devastanti – e a lungo termine – che l’isolamento sociale dovuto dalla pandemia ha causato agli italiani. La decisione risulta ancora più incredibile se pensiamo a quanto durante gli ultimi anni sia avvenuta una presa di coscienza rispetto alle questioni di salute mentale e disturbi dell’umore soprattutto tra i più giovani.

Nel 2020 aumentati a livello globale disturbi depressivi e ansia dovuti al Covid

Ma vediamo gli effetti psicologici del Covid tradotti in numeri. A livello mondiale si sono registrati oltre 54 milioni di casi di disturbo depressivo in più e 76 milioni di disturbi d’ansia causati dalla pandemia. Nel 2020, depressione grave e ansia sono aumentati rispettivamente del 28% e del 26%, le donne e i giovani sono stati i soggetti più colpiti. È questa la stima globale dell’impatto del Covid-19 sulla salute mentale nel 2020, pubblicata nell’ottobre 2021 dai ricercatori della University of Queensland, Australia.

In Italia +30% pazienti in cura Dsm

Anche l’Italia non è stata di certo immune allo tsunami dei disturbi mentali dovuti al coronavirus. Agli 830mila pazienti già in cura nei Dipartimenti di salute mentale (Dsm) in era pre-Covid, si sono aggiunti almeno un +30% e nel complesso si stima che la pandemia porterà almeno un milione di nuovi casi di disagio mentale. Ad alto rischio le donne in quanto più svantaggiate dalle ripercussioni sociali e lavorative del Covid, i giovani che hanno visto la loro vita relazionale, sociale e professionale stravolta dalla pandemia e gli anziani, più fragili ed esposti alla depressione e alla solitudine. Ma l’impatto della maxi-emergenza si è sentito anche sul Servizio sanitario e sull’apparato assistenziale nazionale.

‘Sindemia’: quel mix tra pericolo clinico e sociale

In un’intervista di aprile 2021 al Sole24ore si è espresso così Claudio Mencacci, co-presidente della Società italiana di NeuroPsicoFarmacologia (Sinpf) e direttore del Dipartimento Neuroscienze e Salute mentale Asst Fatebenefratelli-Sacco di Milano: «La pandemia ha creato uno stress senza precedenti sui servizi di Psichiatria, con un aumento enorme delle richieste di prestazioni volte a fronteggiare le conseguenze psichiatriche del Covid. Ma è più appropriato parlare di sindemia: un mix tra pericolo clinico e sociale fatto di malattia, di paura del contagio, della cosiddetta Covid fatigue, di lutti, di crisi socioeconomica».

Infatti, negli ultimi anni si è fatta sempre più forte la richiesta di un aiuto da parte degli esperti del settore per bilanciare l’incremento di episodi di ansia e depressione innescati dall’emergenza pandemica. In un’Italia pesantemente sguarnita sul fronte dei servizi e dei finanziamenti, nei Dsm mancano il 20% degli psichiatri, 1500 psicologi, altrettanti terapisti e assistenti sociali, nonché 5mila infermieri.

A fronte di un numero di dipendenti rimasto presso che invariato da prima della pandemia, si rivela fondamentale la necessità di interventi psicologici più strutturati soprattutto a livello locale.

In Calabria la dotazione del personale psichiatrico è inferiore del 24%

In generale, la copertura del territorio nazionale risulta davvero bassa con meno di 9 professionisti con 100 mila abitanti – lo standard minimo dovrebbe essere di 15. Se prendiamo in considerazione la Calabria scopriamo che l’intera regione ha soltanto 80 operatori e che uno dei tre centri pubblici di Crotone è del tutto privo di psicologi.

Insieme a Puglia, Piemonte, Emilia-Romagna e Liguria, nel 2019, la Calabria aveva il tasso più elevato di pazienti assistiti dai Dsm, comprese le strutture accreditate. Insomma, la punta dello stivale detiene il primato di essere la regione italiana con il tasso più elevato di persone assistite presso strutture territoriali psichiatriche.

Dai dati più recenti sappiamo però che l’investimento economico in risorse umane per la salute mentale è al di sotto della media nazionale. Infatti in Calabria, rispetto al resto d’Italia, la dotazione del personale risulta inferiore del 24%, come indicato dalla Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica.

In Calabria grava anche la criticità dettata da una scarsa presenza di strutture residenziali e semiresidenziali: tali strutture di accoglienza risultano quasi del tutto assenti. Mancano risorse sufficienti per prendere in carico tutti i pazienti e questo ha reso la Calabria una delle Regioni con il più alto tasso di mobilità sanitaria in Italia, anche per i pazienti con gravi problemi psichici.

L’esempio virtuoso del borgo di Cicala: un’oasi terapeutica ai piedi della Sila

Ma c’è un barlume di speranza ai piedi della Sila. In un piccolo borgo chiamato Cicala è nata la prima Casa Paese per i malati di demenza e di Alzheimer grazie all’impegno dell’associazione Ra.gi.

Si tratta di un progetto di ospitalità diffusa che ha trasformato il paese in una grande casa per i pazienti e le loro famiglie, perché dove non arriva lo Stato a sopperire le gravi lacune assistenziali, subentra la comunità.

Cicala è un comune di 1000 abitanti in provincia di Catanzaro, diventato un’oasi terapeutica per coloro che spesso devono far fronte da soli ai propri problemi e a quelli dei loro famigliari e dove i malati possono ritrovare una parvenza di quotidianità. Un esempio virtuoso, e replicabile, in un contesto sempre più svantaggiato e privo delle figure professionali necessarie.

Più disagio mentale al Centro-Sud

Ma già prima della pandemia il Sud appariva svantaggiato, non solo in termini di strutture, finanziamenti e figure professionali. Secondo i dati del Focus sul Disagio Mentale prodotti dall’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane nel 2019, i disturbi depressivi sono più frequentemente presenti tra i residenti delle regioni centrali e meridionali, complici l’invecchiamento della popolazione e le condizioni socioeconomiche sempre più precarie.

Nel Lazio istituito fondo per salute mentale giovani

E a proposito di Centro Italia, è recente la decisione della Regione Lazio e del suo presidente, Nicola Zingaretti, di istituire un fondo per la salute mentale interamente dedicato ai giovani. La notizia è stata annunciata dallo stesso Zingaretti che ha scritto sui social: «Destiniamo 2,5 milioni di euro per garantire l’accesso alle cure per la salute mentale, attraverso voucher da utilizzare presso le strutture pubbliche della regione». La rete di supporto metterà a disposizione psicologi e psichiatri del territorio per far fronte all’indiscutibile disagio mentale che accomuna molti giovani e in generale le fasce più deboli della popolazione. La decisione è arrivata non solo in seguito alla bocciatura della Camera del bonus psicologico: a contribuire alla presa di posizione è stata una petizione popolare che in pochi giorni ha raccolto quasi 200mila firme con l’intento di chiedere al governo di reintrodurre il bonus.

Oltre il Lazio anche la Campania si è data da fare su questo fronte. Qualche settimana fa la regione si è mobilitata istituendo la figura dello psicologo di base, simile al medico di famiglia, ma completamente rivolta alla salute mentale.

Nonostante alcuni esempi positivi rimane comunque un quesito. È necessario chiedersi come può un sistema così rarefatto rispondere al bisogno di aiuto sempre più impellente indotto dalla pandemia. Come trovare una soluzione al problema?

Certo, il bonus psicologico non avrebbe potuto risolvere tutti i casi di depressione, ansia, disturbi alimentari, autolesionismo e tentativi di suicidio – a gennaio 2021 nella struttura pediatrica romana Bambino Gesù il dato è arrivato al 45% – che si sono registrati negli ultimi anni. Ma avrebbe di certo contribuito a livello culturale a rendere la salute mentale qualcosa di cui non doversi vergognare, a facilitarne la discussione e renderla prioritaria, a far sentire considerato e tutelato chi non riesce a farcela con le proprie forze. Perché il benessere mentale e quello fisico sono due lati della stessa medaglia, quella della dignità umana.

Sofia Antonelli
Ho conseguito la Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli di Roma. Curiosa per natura e appassionata di storia e di musica. Tra le tematiche che mi stanno più a cuore, la tutela dei diritti umani e le questioni di giustizia sociale e distributiva.
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