mercoledì 22 Settembre 2021
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Le “Due vite” e Rocco Carbone: quel Premio Strega che sana una frattura con il Mezzogiorno

Perché la Calabria ha vinto? Il perché sta in un bipolare rapporto, che pure c’è stato e ancora brucia, tra la “grande” letteratura nazionale e pezzi di Sud, la punta dello Stivale in particolare, e che l’opera di Trevi finisce per sanare, forse a sua insaputa

Lo confesso: ho tifato per Emanuele Trevi come fossi di fronte alla finale dell’Italia contro l’Inghilterra agli Europei. Quando ha vinto il Premio Strega con il suo “Due vite” (Neri Pozza), mi sono precipitata sui social per gridare al mondo la mia gioia: “Oggi mi sento come se avessi vinto anche io. Ha vinto, di certo, la Calabria…”.

Poi, scorrendo i titoli delle recensioni sulle testate calabresi (non leggo mai nulla prima di scrivere perché sono facilmente suggestionabile) ho percepito un sottofondo familiare, molto simile a quello del post che – a caldo – mi era uscito, improvviso e incontrollabile, come un fiotto di sangue da una ferita: “La Calabria nel premio Strega”, “Un premio dal sapore calabrese”, “La letteratura nazionale parla reggino….”.

E mi sono chiesta: ma che ci prende? Si sarebbe mai sognato un toscano di mettere in evidenza la tal “toscanità” di un libro perché uno dei protagonisti è di Firenze? Forse solo nel Medioevo… Oggi no. Comunque, non con quella fretta di scriverlo, di tirarlo fuori, di comunicarlo ai quattro venti con un senso condiviso di appagamento e liberazione.

un processo di identificazione al contrario

Perché? Il perché è Rocco Carbone. Ed è in come Trevi lo indaga. È ciò che di lui tira fuori, e che somiglia a quei fazzoletti intrecciati che escono dalla tasca di un clown e si srotolano senza finire mai. L’autore di Due vite ha azionato un processo di identificazione “al contrario”, nel quale Rocco ha personificato il calabrese che ha studiato, fuorisede, che ha rischiato, diventando un intellettuale di cui uno scrittore come Trevi si è preso la briga di diventare addirittura “protesi”. Prima di entrare, però, in questa dimensione, che costa una certa fatica anche emotiva, devo sgombrare il campo. Nell’opera complessa, frastagliata, indagatrice di Trevi – costruita come un rintocco di campana tra le “Due vite” umane e letterarie, amiche, di Rocco Carbone e Pia Pera – ti risuona dentro un gong capace di smuoverti sentimenti viscerali. Universali. E che nulla hanno a che fare con la “calabresità”. Ci sono ragioni letterarie e metaletterarie. Filosofiche, psicanalitiche, metafisiche, teologiche.

E c’è lo stile. Asciutto, raffinato, con sortite spiazzanti capaci di regalarti genuine risate solitarie partendo da riflessioni squisitamente linguistiche. Cito: “Tanto per dirne una, pur essendo impegnata (Pia Pera, ndr) in severi lavori di traduzione di vecchi testi religiosi, roba tipo la Vita dell’arciprete Avvakum, le piaceva scrivere di sesso in modo molto disinvolto, vale a dire senza sfumare quando i suoi personaggi arrivano al dunque. […] Preferiva all’occasione modi che stavano più dalla parte della pornografia che di quell’ipocrita erotismo da quattro soldi di tanti romanzi per signore che sono l’unico luogo al mondo dove i cazzi diventano “membri” e amenità del genere…”.

un viaggio tra sentimenti complessi

Senza anticipare troppo (leggetelo) Trevi indaga i meandri di sentimenti complessi come l’amicizia (articolati più dell’amore), accettando gli scarti e le ombre di rapporti mutevoli nel tempo; sonda “l’infelicità. E i suoi gaddiani gomitoli di concause”. Entra con disinvoltura e ironia nell’analisi di passioni “insensate” come quella per la semiologia, toccando gli “apostati” dello strutturalismo e facendone capire in una battuta le ragioni – anche per chi fosse digiuno di Propp, Jakobson, Roland Barthes “e compagnia bella” (e, anche qui, con paragoni fulminanti, come quello con lo stile dei comunicati delle Brigate rosse: “Un gioco […] involontariamente comico”).

Il tutto calato in una cornice storica che è quella dei suicidi di giganti, come Primo Levi e Arturo Pattern, e condita di scampoli di gustose diatribe tra scrittori-amici, mai stanchi di litigare sull’orrore del “parlato” nei testi o sugli esiti della “letteratura derivata”. Ancora, Trevi maneggia – con sicurezza e leggerezza insieme – ossessioni, classici, miti e psicanalisi, con incursioni che spaziano da Freud alla psicomachia. E si potrebbe non finire mai. Perché l’opera di Trevi è perfetta: ti soddisfa fino in fondo. C’è la vita e c’è l’arte. Che si indagano a vicenda in un gioco infinito, a tratti estenuante nel corso dell’esistenza. Irrinunciabile. Questo ha meritato il Premio Strega. Perché in questa opera vera, di storie vere, c’è anche la forza del romanzo. Sappiamo che è tutto autentico, ma il testo ci emoziona come capita a volte solo di fronte alla finzione, quella che induce a immedesimarsi sospendendo l’incredulità.

Rocco si portava dentro il Sud

Detto questo, posso sconfinare nel terreno che mi urge: perché la Calabria ha vinto con Trevi?

Il perché sta in un bipolare rapporto, che pure c’è stato e ancora brucia, tra la “grande” letteratura nazionale e pezzi di Sud, la Calabria in particolare, e che l’opera di Trevi finisce per sanare, forse a sua insaputa. Rocco Carbone è Sud, malgrado abbia vissuto gran parte della sua vita altrove (Roma, Parigi…). Quel Sud è nel suo nome: “Rocco Carbone suona, in effetti, come una perizia geologica. E molti lati del suo carattere per niente facile suggerivano un’ostinazione, una rigidità da regno minerale”, scrive Trevi. Quel Sud è nella sua identificazione con Ciccio Ingravallo del Pasticciaccio: “Arrivato in città da un Meridione opaco, per niente solare e dionisiaco: un retroterra […] dal quale era possibile portarsi dietro nient’altro che il decoro del contegno e una scienza pessimista e disillusa del cuore umano”.

Rocco si portava dentro il Sud, nelle infinite discussioni ricordate da Trevi sul “da dove vieni” e “chi sei”. Nella sua “rocchite” o “rocchìasi”. Nella sua tigna nello scrivere – che l’autore definisce “nodo addirittura decisivo nella storia”: “Attività quotidiana, affrontata con la disposizione d’animo di qualcuno impegnato a spaccare pietre”, praticando “meticolosamente, ostinatamente una specie di penitenza che consisteva nella scrittura di romanzi”. Nel suo “Codice dell’amicizia”, che “in un certo comma imponeva di telefonare a chi fosse tornato da un lungo viaggio”.

la mania del calabrese a cui non basta essere riconosciuto

Rocco era perseguitato anche da un’altra mania, oltre a quella personificata nell’Apparizione. Era la mania del calabrese, al quale non basta essere “riconosciuto”. Lui ha bisogno di essere redento. Altrimenti, inconfessabile ma vero, il genio “calabrese” si porterà dentro una motivazione sbagliata per ogni insuccesso. Non sono solo il lignaggio o la possibilità economica le ragioni, su cui i tre amici dibattono e si scontrano, di questa idea di Rocco che per lui fosse stata più dura studiare o “riuscire”.   È “l’origine”, il tarlo di Rocco. Parvenu non tanto per ceto, quanto per geografia. E noi, in quel tarlo, ci siamo riconosciuti.

C’è chi, a questo scarto, ha dedicato la vita: “La letteratura calabrese è stata sempre relegata a letteratura regionale” – diceva il meridionalista Pasquino Crupi – non sfondava il tetto di vetro della letteratura nazionale. E, quando lo faceva, cadeva ogni riferimento alle sue origini. Come se i due termini – nazionale e calabrese – non potessero coesistere. Trevi ha fatto emergere, dalla storia di Rocco – e nella reazione dei calabresi a questo riconoscimento – la genesi inconscia di una frattura e lo ha fatto, senza retorica e orpelli, quanto Courbet nell’Origine del mondo.

Come Rocco, siamo grati a Trevi di aver estirpato un tarlo, con quest’opera.

Perché ha dato a Carbone non solo il riconoscimento di grande scrittore, ma di grande scrittore nazionale calabrese. Lo ha fatto soffermandosi nella descrizione dei decori in ferro battuto, intrecciato agli oleandri, della Reggio più bella che pochi vedono, e men che meno de-scrivono; e nelle parole su Cosoleto, “posto di gente dura, fiera, taciturna, incline a una rigorosa amarezza di vedute sulla vita e sulla morte“, seria e inflessibile come la madre di Rocco, maestra che lo trattava più severamente di tutti, proprio perché lui era il suo figlio-allievo: un modello rovesciato di quel clientelismo – quando non peggio – divenuto la maschera della Calabria tout court.

Trevi ha riconosciuto, in Rocco, una intera letteratura che di Sud è impregnata. Gli ha voluto bene. Ha speso il suo tempo per soffermarsi sui dettagli. Il premio Strega ci ha detto che tutto questo non interessava e emozionava solo noi, ma un intero Paese. Non perseguiterà più i sogni, Rocco, e anche noi dormiremo rinfrancati. L’autore magari non sarà d’accordo con questa analisi. Pazienza. Noi siamo teste dure. E, con le parole di Rocco, prima di separarci da lui, ammettiamo: “Sai, con il carattere di merda che ci ritroviamo…”. Trevi, ne sono certa, sorriderà. E “amici” come prima.

Rocco Carbone

(Dall’articolo di Repubblica che riportava la notizia della sua morte il 19 luglio 2008, 13 anni fa di questi tempi)

Nella notte tra giovedì e venerdì è morto in un incidente stradale lo scrittore Rocco Carbone. Da anni collaborava alle pagine della Cronaca di Roma di Repubblica con reportage e racconti. 
di Carola Susani 

Ieri notte è morto Rocco Carbone. Era uno scrittore ed era un amico per me e per molti, scrittori, registi, artisti che lavorano a Roma. Scriveva racconti e reportage su questa testata. è morto per un incidente tornando in motorino verso casa sua a Monteverde. Fino a poche ore prima eravamo insieme. Da pochi giorni era tornato dagli Stati Uniti dove da anni teneva conferenze e incontrava scrittori di tutto il mondo. Era nato a Reggio Calabria nel ' 62. Aveva studiato alla Sapienza e a Parigi. Giovanissimo si era fatto conoscere come critico letterario, ma aveva revocato quasi con violenza quella vocazione per farsi scrittore.
Il suo primo romanzo, Agosto (pubblicato da Theoria nel 1993 e tradotto in Francia nel 1998), raccontava senza mai nominarla una città cupissima, al tempo stesso Roma e un' astratta città meridionale. Tra gli altri libri, ho amato L' apparizione (Mondadori 2002), forse il suo romanzo più bello, immaginifico, liberatorio, potente proprio nell' attraversare i luoghi più feriti della mente e Libera i miei nemici (Mondadori 2005), un romanzo che affronta la memoria degli anni del terrorismo senza lasciare spazio al perdono. Con questo spirito, di estremo rigore, Rocco ha sempre partecipato al dibattito letterario. Aveva un vivissimo senso della responsabilità civile, ma se lo giocava in modo solitario e non esibito. Era anche un professore di scuola superiore e aveva scelto di lavorare in carcere, per anni aveva insegnato alla sezione femminile di Rebibbia. Raccontava delle sue studentesse spesso straniere, indurite e inermi. Da qualche tempo non era più alla sezione femminile. L' altra notte raccontava: "Ogni giorno per arrivare all' aula davanti a me si aprono dodici cancelli". Insegnava ai detenuti sottoposti al 41 bis. "Gente", diceva "che ha veramente ammazzato, con ferocia. Insegnare Dante o Leopardi a gente come questa è davvero un' esperienza d' insegnamento". Dante e Leopardi erano per lui fondamento del vivere civile. Non posso pensare che lo abbiamo perso.
Antonietta Catanese
Giornalista professionista, scrive da oltre venti anni per la stampa, il web e la tv. Al suo attivo una lunga esperienza da redattrice, la direzione di un giornale web e le competenze acquisite in Europa, nel seguire i lavori del Parlamento a Strasburgo e da journaliste pigiste per l’équipe italiana della televisione europea Euronews, nelle redazioni di Lione e Bruxelles.
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