mercoledì 22 Settembre 2021
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Caporalato: i dati del business criminale che arriva sulle nostre tavole

L'analisi di un dramma sempre attuale: dallo sfruttamento nei campi, all'impatto della pandemia fino alle speculazioni della filiera di vendita

L’emergenza sanitaria della pandemia ha peggiorato la condizione di sfruttamento dei braccianti nelle campagne del nostro Paese. Lo dice il documento conclusivo sul caporalato approvato dalle Commissioni riunite Lavoro e Agricoltura, pubblicato il 12 maggio. Frutto di un’indagine conoscitiva deliberata nel 2018, il rapporto ha riconosciuto che “la pandemia da Covid-19 ha drammaticamente messo in evidenza la natura sistemica dello sfruttamento dei lavoratori stagionali”.

che cos’è il caporalato?

Ma soffermiamoci sulla natura e sul funzionamento del fenomeno. Il caporalato è una forma illegale di organizzazione e reclutamento della manodopera con cui, tramite l’intermediazione dei “caporali”, i datori di lavoro sfruttano braccianti pagati a giornata. Operai e braccianti agricoli, adescati dai caporali che trattengono per sé parte del compenso, vengono pagati con salari molto più bassi dei minimi sindacali. Si tratta di lavoratori sottoposti a grave sfruttamento, nessuna tutela e nessun diritto garantito da contratti: il salario di un bracciante è inferiore di circa il 50% rispetto ai contratti nazionali e provinciali.

La paga media va dai 30 ai 40 euro al giorno. Persiste il lavoro a cottimo: 3/4 euro per una cassa da 375 chili riempita in una giornata di lavoro che varia da 8 a 12 ore. Nei casi più gravi di sfruttamento alcuni lavoratori migranti percepiscono un salario di 1 euro l’ora. Ma non finisce qui: i lavoratori sotto caporale devono pagare a quest’ultimi il trasporto a seconda della distanza (5 euro di media) e i beni di prima necessità (1,5 euro l’acqua, 3 euro un panino).

la pandemia ha aggravato lo sfruttamento dei braccianti

Il lockdown ha peggiorato le condizioni dei braccianti che si sono ritrovati più isolati, più esposti a soprusi e al contagio per l’assenza di protezioni sanitarie. In sostanza, il Covid-19 ha determinato una vera e propria accelerazione del fenomeno e un conseguente peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro. Durante l’emergenza pandemica si è registrato “un incremento esponenziale delle ore lavorate accompagnato da un significativo aumento del tasso di irregolarità e, conseguentemente, del rischio di incidenti anche gravi”. Ulteriori problemi emersi con la pandemia sono stati il mancato accesso alle informazioni sanitarie per problemi di comprensione della lingua e le precarie condizioni igieniche degli alloggi. Per i lavoratori immigrati, inoltre, non è stato possibile accedere alle misure di sostegno messe a disposizione dallo Stato.

radiografia del caporalato

Bracciante agricolo addetto alla raccolta di pomodori

Il caporalato è una piaga profonda che affligge il settore agricolo italiano. Già nel 2018, il tasso di lavoro irregolare tra gli addetti all’agricoltura era il più elevato tra tutti i settori economici con 164 mila unità, pari al 24,2%. Queste le stime dell’Istat, che non tengono però conto dei lavoratori stranieri senza titolo di soggiorno o non iscritti alle liste anagrafiche. Nelle campagne agricole italiane, i braccianti stranieri irregolari sono tra le prime vittime del fenomeno e si confermano come risorsa fondamentale, facilmente ricattabile a causa della loro vulnerabilità.

405mila i lavoratori stranieri nei campi

Il IV rapporto Agromafie curato dall’Osservatorio Placido Rizzotto, ha stimato che nel 2018 su circa un milione di lavoratori agricoli sono stati registrati con contratto regolare circa il 28% del totale, di cui il 53% comunitari e il 47% provenienti da paesi non Ue. Ma a questi numeri occorre aggiungere le stime sul lavoro sommerso. Secondo il Crea (Consiglio di ricerca per l’economia agricola), tra regolari e irregolari, i lavoratori stranieri nel settore agricolo sarebbero 405mila: il 16,5% ha un rapporto di lavoro informale (67mila persone) e il 38,7% una retribuzione non sindacale (157mila).

durante la pandemia un lavoratore su due impiegato in modo irregolare

Flai-Cgil e l’Osservatorio Placido Rizzotto forniscono un’ulteriore fotografia dello sfruttamento nel settore agro-alimentare, mettendoci davanti ad una realtà dura da digerire. Se nel 2019 i lavoratori dei campi, italiani e stranieri, in condizioni di totale sfruttamento erano 110.000, nel 2020 ammontavano a 180.000. Nel biennio 2018-2019 il tasso di irregolarità in agricoltura era del 39%, durante il primo periodo della pandemia è aumentato al 48%. In poche parole: quasi un lavoratore su due nel settore agroalimentare è stato impiegato in modo irregolare.

donne braccianti pagate il 20% in meno
Piana del Sele, Campania

Altro dato non trascurabile è che il lavoro servile emerge nella quasi totalità delle regioni e province italiane. I casi più preoccupanti in Campania, con la provincia di Salerno nella Piana del Sele, in Sicilia con le province di Agrigento e Trapani e in Puglia, dove prevale nel brindisino-tarantino, la presenza di donne straniere impiegate nell’agricoltura, fenomeno da ricondurre a una femminilizzazione dei flussi migratori.

Campi nel brindisino

Dopo il lavoro domestico e di cura, infatti, nel settore agricolo si riversa la maggior parte delle donne migranti che, come gli uomini, sono reclutate da caporali (in alcuni casi dalla “caporala” o “fattora”) che approfittano della loro maggior ricattabilità, soprattutto in presenza di figli piccoli da mantenere. Oltre a subire situazioni di sfruttamento lavorativo sono costrette ad accettare differenze salariali rispetto ai loro colleghi (circa il 20% in meno) e a subire ricatti e abusi sessuali pur di tenersi strette il lavoro.

una questione non solo meridionale

Ma lo sfruttamento dei lavoratori stagionali non si concentra solo nel Mezzogiorno. Su 260 procedimenti penali, 143 riguardano il Veneto, la Lombardia, l’Emilia-Romagna, il Lazio e la Toscana. Per comprendere la portata dei dati raccolti, bisogna considerare quanto il settore agro-alimentare pesi sulle diverse ripartizioni geografiche. Al 2018, su un totale di 1.060.000 unità, le maestranze italiane e straniere al Sud e nelle Isole erano circa 600.000, mentre al centro Nord quasi 400.000.

Comune a ciascuna regione è la stima che il Rapporto Flai-Cgil elabora sul salario minimo che un bracciante dovrebbe percepire per vivere in condizioni dignitose. L’erogazione di un salario minimo di 12 euro all’ora consentirebbe di soddisfare il giusto reddito del datore di lavoro e di ridurre progressivamente lo sfruttamento dei braccianti che si concentra nelle prime fasi della filiera.

la legge contro il caporalato

In Italia il caporalato è reato dal 2011, quando l’articolo 12 del decreto n. 138 ha introdotto una pena dai 5 agli 8 anni di reclusione. L’ultimo intervento del legislatore volto al contrasto del fenomeno risale all’approvazione della legge 199 del 2016. Comunemente identificata come “legge contro il caporalato”, contiene disposizioni “di contrasto ai fenomeni del lavoro nero, dello sfruttamento del lavoro in agricoltura e di riallineamento retributivo nel settore agricolo” e fornisce strumenti per una lotta ben più ampia di quella contro il “solo” caporalato.

Il suo fulcro è il concetto de “l’approfittare dello stato di bisogno”. La legge ha riformulato il delitto di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, introducendo nuovi strumenti penali come la confisca dei beni, – lo stesso avviene con le organizzazioni criminali mafiose – e l’arresto in flagranza. Inoltre, ha modificato la struttura dell’illecito rendendo punibile, oltre al reclutatore, anche il datore di lavoro. Rispetto alla normativa precedente, la violenza e la minaccia sono ora circostanze aggravanti che comportano la reclusione da cinque a otto anni e una multa da 1000 a 2000 euro.

La legge del 2016 è sicuramente un ottimo punto di partenza perché ha contribuito a potenziare gli strumenti che gli inquirenti hanno a disposizione per contrastare condotte di sfruttamento. Inoltre, costituisce uno strumento normativo importante a sostegno delle filiere produttive legali perché ha rafforzato il meccanismo della “Rete del lavoro agricolo di qualità”, il cui obiettivo è il contrasto del fenomeno del lavoro sommerso e irregolare tramite l’iscrizione ad una “white list” che rende note le aziende agricole virtuose del territorio.

Ma in un contesto in cui non vi è prevenzione, non ci si può aspettare che uno strumento normativo repressivo migliori il quadro generale, come risulta evidente dai dati per nulla rassicuranti. Pur essendo un reato, infatti, il sistema illecito di reclutamento di lavori stagionali sottopagati continua a mietere vittime in tutta Italia.

agromafia: un business da 24,5 miliardi

Il caporalato e lo sfruttamento del lavoro, rappresentano la porta di ingresso delle infiltrazioni mafiose nella filiera produttiva. Oggi non c’è anello della filiera agroalimentare su cui le mafie non abbiano messo le mani. Tutto in agricoltura è occasione di speculazione. E così, nell’Italia del buon cibo, accanto alla grande offerta di prodotti coltivati da lavoratori sottopagati, cresce la presenza criminale nell’economia agroalimentare.

Secondo il VI Rapporto Eurispes, quello delle agromafie è un business dal valore di almeno 24,5 miliardi di euro, che corrisponde circa al 10% del fatturato complessivo criminale del Paese.

la “mafia liquida” della Grande distribuzione organizzata

Il settore agroalimentare è quindi una fonte strategica di traffici lucrativi che compromettono l’intero sistema di produzione: condizionare il comparto agroalimentare significa condizionare la produzione stessa. La capillare infiltrazione mafiosa nell’economia di un settore originariamente basato sulla legalità, è stata definita “mafia liquida” per la dinamicità della struttura organizzativa che manifesta il proprio interesse nell’intero ciclo di produzione.

A partire dalla proprietà del terreno, passando per il reclutamento dei lavoratori e il controllo delle fasi di trasporto, fino alla distribuzione e la vendita dei prodotti: il mercato si piega alla logica del malaffare che tramite strumenti illeciti crea passaggi opachi lungo la filiera agricola, in cui lo sfruttamento del lavoro trova terreno fertile.

La Grande distribuzione organizzata (Gdo) rappresenta un’ulteriore modalità con cui la criminalità interferisce con il percorso che il cibo compie fino alle nostre tavole. Tutto ciò a scapito dei consumatori che spesso ignorano questa corrotta dinamica. “In un regime di libero mercato in cui non vi sono strumenti di controllo pubblico adeguati”, si legge nel Rapporto Eurispes, la concentrazione della produzione passa in mano agli operatori della Gdo, di cui fanno parte la stragrande maggioranza dei supermercati dove facciamo la spesa quotidianamente.

La relazione tra mafie e Gdo è dovuta proprio alle caratteristiche di quest’ultima: la sua struttura allo stesso tempo reticolare e nazionale, si presta al riciclaggio di denaro di provenienza illecita. Ciò costituisce un’opportunità per le mafie di camuffare aziende direttamente controllate dai loro affiliati e di estendere la propria rete di interessi criminali anche a livello internazionale.

le speculazioni della filiera di vendita: prodotti a ribasso

Il punto è che tramite la Gdo passa circa il 70% degli acquisti alimentari. Questo significa che per i produttori di beni agricoli essa rappresenta l’unico canale di distribuzione, se non il più importante, per stare sul mercato e ottenere i margini di profitto necessari. Queste grandi centrali d’acquisto esercitano una pressione economica sempre meno sostenibile. Con modalità apparentemente lecite, facendo ricorso a pratiche commerciali sleali come il prezzo a ribasso, costringono gli operatori a vendere i prodotti al di sotto della normale soglia di profitto. Ciò si traduce in “strozzature nella catena del prezzo” che possono determinare ricadute negative nella redditività del sistema della produzione agroalimentare nazionale, soprattutto per le piccole e medie aziende agricole.

A subire le corrotte speculazioni della lunga filiera della vendita, sono molti prodotti delle campagne nostrane, tra cui le ciliegie pugliesi: comprate a un euro al chilo in Puglia e rivendute a 16 euro a Milano, in una nota catena di distribuzione. A denunciare lo squilibrio dei prezzi tra la campagna e gli scaffali sono Coldiretti Puglia e Cia Agricoltori Italiani della Puglia, il cui presidente, Raffaele Carrabba, ha definito la situazione “un vero e proprio sfruttamento da parte delle multinazionali della Gdo a danno degli agricoltori”.

Un altro esempio è il latte prodotto in Sardegna, venduto nei supermercati a 2 euro al litro ma pagato ai produttori appena 60 centesimi. Da qui il grido d’allarme di Eurispes, Coldiretti e Osservatorio Agromafie: “il Governo dovrebbe intervenire con determinazione per affrancare l’agroalimentare italiano dai lacci della Gdo che causano mortificazioni ai diritti dei produttori, dei lavoratori e dei consumatori”.

Il caporalato è in fenomeno complesso, un circolo vizioso costantemente alimentato da meccanismi perversi che conducono a distorsioni economiche ad alto impatto sociale. Le mafie rappresentano un “sindacato delinquenziale”. Per questo, la lotta al caporalato avrebbe bisogno di azioni di contrasto che vadano oltre l’aspetto penale. La componente criminale è solo uno dei fattori che contribuiscono alla resilienza del fenomeno. Ecco perché una ricetta efficace da parte dello Stato dovrebbe essere puntare su strategie di inclusione sociale, per garantire la tutela della sfera dei diritti della persona, i diritti dei lavoratori ed i diritti sindacali.

Sofia Antonelli
Ho conseguito la Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli di Roma. Curiosa per natura e appassionata di storia e di musica. Tra le tematiche che mi stanno più a cuore, la tutela dei diritti umani e le questioni di giustizia sociale e distributiva.
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