venerdì 30 Luglio 2021
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Il Mezzogiorno e le isole dei bimbi smarriti

Nei dati del rapporto Save the Children le povertà culturali e digitali con un quadro a tinte fosche per il Sud Italia. La Next generation chiede il diritto al proprio futuro

Italia 2019: nelle Isole il 72,1% dei minori non è entrato in un solo teatro, né il 70,8% in un sito archeologico. Il 63,4% non ha letto un libro che non fosse scolastico e non ha visto una mostra né visitato un museo; il 31,1% non ha praticato nessuno sport.

Al Sud, dove ti capita di mettere un piede dentro un parco archeologico fosse pure per sbaglio, tanto sono numerosi, si riesce a portare a casa un dato come questo: oltre il 69% non lo ha mai fatto, in un anno intero e senza ancora il Covid.

nel mezzogiorno un quadro desolante

Se il rapporto di Save The Children (STC) sulla povertà digitale appena pubblicato disegna un quadro fosco per i giovanissimi in Italia, spostando la lente a Sud, l’orizzonte che si delinea è a dir poco plumbeo, anche in analogico. Un “viaggio” desolante, attraverso varie forme di povertà, con al centro le speranze del domani: i giovani. Non a caso Save The Children affianca, a questo nuovo report, il manifesto-appello dal titolo icastico: “Riscriviamo il futuro”.

Merito della Ong – da sempre in campo per bambini e ragazzi – non è solo l’indagine, dal metodo innovativo, per fotografare l’indigenza 2.0 nota come “povertà digitale”, ma è di mettere in fila tutte le stime (Miur, Istat, Inps, Eurostat, Ocse Pisa…) sui tassi, desolanti, di giovani che non leggono, che non frequentano – non per colpa loro – un luogo di cultura o una palestra; che non riescono a godere, in alcuni casi, neanche di un pasto equilibrato e completo.

Analisi fondamentali proprio perché, dopo queste, si è spalancato il vuoto pandemico che ha azzerato la vita e, con lei, ogni possibilità di rilevarla. Rileggere oggi quelle indagini, grazie a STC, ci mostra un fossato italiano ancora più scabroso, perché non “confortato” neppure da un virus cui dare la colpa. Quei numeri nazionali spaventosi, nel Mezzogiorno, diventano addirittura agghiaccianti. Ancor più riletti oggi.

Si fotografa una “Next generation” che ha davvero bisogno di ogni sforzo possibile perché il futuro venga riscritto, soprattutto se si pensa che questi dati – stando a quanto riportato da STC – sono addirittura peggiorati con la pandemia e il relativo lockdown. Uno sforzo che, guardando avanti, è reso più urgente dalla pandemia, ma che era decisamente inaccettabile anche guardando indietro.

Povertà vecchie e nuove. Il rapporto e il metodo AbCD

“Il ricorso alla didattica a distanza – si legge nel report di STC – ha messo in evidenza gravi ritardi nello sviluppo delle competenze digitali sia tra i docenti che tra gli studenti. L’Italia è anche uno dei pochi Paesi in Europa a non essersi dotato di un sistema di valutazione delle competenze digitali – denuncia la Ong – e ancora limitata, nel curriculum, è l’educazione alle nuove tecnologie”.

“Le competenze digitali riguardano, da un lato, la capacità di utilizzare le nuove tecnologie per l’apprendimento, dall’altro la capacità di interagire con le nuove tecnologie al fine di rafforzare la conoscenza e, quindi, la relazione positiva con se stessi, gli altri e la complessità del mondo in cui i minori crescono. Si pone oggi il problema di comprendere ed analizzare un fenomeno nuovo, quello della povertà educativa ‘digitale’”.

È per questo motivo che Save the Children, avvalendosi della collaborazione del Centro di Ricerca sull’Educazione ai Media all’Innovazione e alla Tecnologia (CREMIT) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, fondato e diretto dal Prof. Pier Cesare Rivoltella, e dalla Prof.ssa Monica Pratesi, Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Pisa, ha condotto uno studio teso a definire per la prima volta nel nostro Paese la povertà educativa digitale e misurarla attraverso un nuovo strumento, AbCD – Autovalutazione di base delle Competenze Digitali. Uno dispositivo semplice e di facile utilizzo, ma in grado di fornire informazioni utili sull’incidenza della povertà educativa digitale multidimensionale tra i minori di 13 anni ed i fattori che la determinano, garantendo quindi i necessari spunti per lo sviluppo di politiche pubbliche volte a contrastarla.

Sud e Isole: quasi 100.000 famiglie in più con reddito di cittadinanza in un solo anno

Secondo le ultime stime dell’ISTAT riportate da STC il numero di bambini e adolescenti che vivono nel nostro Paese in povertà assoluta è aumentato di 200 mila unità nell’ultimo anno, raggiungendo la cifra di 1 milione 346 mila (equivalente al 13.6% dei minorenni in Italia).

Secondo i dati forniti dall’INPS, il numero di famiglie con minori beneficiarie degli strumenti di sostegno al reddito, quali il Reddito di Cittadinanza, nel solo anno 2020 è aumentato da 392.060 a 547.628 (+40%). Estrapolando i dati dai grafici si nota come si è passati, al Sud, da 167.306 a 231.722 famiglie in un anno. Nelle isole da 87.914 a 122.539: accorpando Sud e Isole, tra il 2019 e il 2020 le famiglie beneficiarie sono aumentate di 99.041 unità. 

Più poveri al Sud, anche a tavola

La crisi economica ha ridotto per molte famiglie anche la capacità di spesa per garantire un’alimentazione equilibrata ai propri figli. In questo quadro, la mensa a scuola rappresenta un elemento primario per garantire un’adeguata nutrizione e sviluppo fisico di molti minori. Purtroppo, dagli ultimi dati disponibili si evince che solo meno della metà delle scuole (infanzia, primarie e secondarie) offre un servizio di refezione (49,4%) con forti differenze regionali: “le regioni meridionali, dove minore è l’offerta sono – lo ricorda Save The Children – anche quelle dove è maggiore la percentuale di bambini di meno di 15 anni che vivono in famiglie nelle quali non viene consumata una porzione di carne/pollo/pesce e una porzione di frutta/verdura al giorno (4.1% a fronte del 2.9% al Centro e 1.7% al Nord)”.

Povertà economica e povertà educativa, Binomio indissolubile

“L’aumento della povertà economica delle famiglie rischia di avere conseguenze molto pesanti anche sulla povertà educativa”, è l’allarme, perché la recessione, aumentando i bisogni materiali di molte famiglie, “diminuirà ancor più le loro possibilità di investire nell’educazione dei figli”.

Se nel nostro Paese, secondo l’ISTAT, il 12,3% dei minori tra i 6 e i 17 anni non ha avuto a disposizione durante la pandemia né pc né tablet, strumenti fondamentali per restare al passo della didattica a distanza, in alcune regioni del Mezzogiorno la percentuale arriva al 19%. Come se non bastasse, nel nostro Paese circa il 41,9% dei minori ha vissuto il periodo di lockdown in abitazioni sovraffollate.

Early school leavers: nelle Isole già prima del Covid quasi un quarto non arriva al diploma

La povertà educativa era, tuttavia, già molto diffusa nel nostro Paese prima dell’emergenza COVID-19. I dati relativi alla dispersione scolastica, la percentuale dei cosiddetti ‘Early School Leavers’, ovvero i giovani che sono arrivati alla maggiore età senza aver conseguito il diploma superiore e avendo lasciato prematuramente ogni percorso di formazione, oscilla da almeno 5 anni attorno al 14%17, con punte rispettivamente del 19% e del 22.4% per alcune regioni del Sud e delle Isole (tra i più elevati tassi di dispersione in Europa).

La Sicilia (Fonte Eurostat, 2019) guida la classifica della dispersione con un altissimo 22,4%, seguita da Calabria (19%), Puglia (17,9%), Sardegna (17,8%), Campania (17,3%). La media italiana è del 13,5. Trento regione virtuosa, con il 6,8%.

A questo si aggiunge il dato, drammatico, degli studenti di 15 anni che già prima dell’emergenza COVID-19, non raggiungeva le competenze minime in matematica, lettura e scienze, misurate attraverso i test OCSE PISA. Anche qui con differenze sostanziali rispetto alla provenienza geografica: da meno di uno su cinque nel Nord Ovest e Nord Est, a circa uno su tre nel Sud, 35,1% nelle Isole).

Cultura, arte, lettura: il Belpaese sconosciuto ai giovani. E a Sud peggio

Come è stato già sottolineato, per un bambino essere privato delle opportunità educative significa anche non aver accesso a cultura, arte, sport, lettura. Ma se musei, siti archeologici e biblioteche sono stati chiusi per effetto del lockdown, azzerando ogni possibilità per chiunque di frequentarli e rendendo scontati gli azzeramenti da confinamento, sono i dati pre-pandemici a gettare nello sconforto.

“Il 67.6% dei bambini, bambine e adolescenti in età compresa tra 6 e 17 anni non era andato a teatro nell’anno precedente allo scoppio dell’emergenza COVID-1920, il 62.8% non aveva visitato un sito archeologico o monumento, il 49.9% non aveva visitato mostre e musei. Inoltre, il 48.1% non aveva letto neppure un libro non scolastico ed il 22% dei minori di età compresa tra 3 e 17 anni non aveva praticato alcuno sport o svolto attività fisica”.

Il dettaglio

“Nelle regioni del Nord –fonte Istat 2019 – meno del 15% dei minori non fa pratica sportiva o attività fisica, mentre tale percentuale sale sopra il 20% al Centro e sopra il 30% nelle regioni meridionali. Il 60% o più dei bambini che abitano al Sud e nelle Isole non ha letto un libro non scolastico nell’anno precedente, a fronte di meno del 45% al Centro e nelle regioni settentrionali.

Al Sud i minori che non svolgono attività ricreative raggiungono numeri da vertigine: il 79,9% non è andato a teatro, il 69,3% – come detto – non ha visitato siti archeologici, il 60,4% non ha visitato musei e mostre, il 59,9% non legge e il 33,1% non fa sport. Nelle isole questi numeri sono addirittura peggiori di almeno un punto percentuale per ogni voce.

La nuova povertà educativa è digitale

In conclusione, ecco la nuova povertà educativa, quella digitale: “Non sanno condividere uno schermo durante una videochiamata (l’11%), né scaricare un file da una piattaforma scolastica (il 29,3%), ma soprattutto non sanno proteggere se stessi nel mondo on line perché non sono in grado di creare una password sicura (10%) o tutelare la propria immagine (56,8%) o i propri contenuti e quasi la metà (46,1)% non riesce a distinguere una palese fake new”, riassume così i dati l’Ansa.

“I 13enni italiani, protagonisti della prima indagine pilota sulla povertà educativa digitale realizzata da Save the Children- rilancia ancora l’agenzia di stampa – in collaborazione con il Cremit, su un campione di 700 adolescenti di undici città mostra che un quinto dei ragazzi (il 22% contro il 17% delle ragazze) non è in grado di rispondere correttamente a più della metà delle domande proposte per valutare le competenze sugli strumenti digitali, né eseguire semplici operazioni, del resto quasi 1 ragazzo su 3 del campione non ha un tablet a casa e 1 su 7 neanche un Pc; l’82% spiega di non aver mai utilizzato prima della pandemia il tablet a scuola. Quasi un terzo (31,1%) pensa che l’età minima per avere un profilo sui social, ad esempio TikTok o Instagram, sia inferiore ai 13 anni. Circa il 7% è convinto che l’età per poter accedere ai social sia 10 anni o meno”.

È questa la nuova povertà, che si aggiunge a quelle preesistenti e qui raccontate, con un particolare sguardo al Sud.

Per STC questa messe di giovani si è sentita durante la DAD “invisibile al mondo degli adulti e non ascoltata”. Per riscrivere il futuro l’Ong chiede alle istituzioni un impegno concreto: diritti, sostegni alle famiglie per far studiare i ragazzi, e soprattutto competenze digitali per tutti e tutte, l’apertura, per i ragazzi e le ragazze, di spazi di partecipazione nelle scuole e sul territorio, per la progettazione ed il monitoraggio del piano nazionale di ripresa e resilienza, affinché siano considerati i loro bisogni e aspirazioni”.

Save the children chiude rilanciando il suo appello, dalla parte di questi giovani. Un manifesto che è una richiesta di aiuto. È la Next generation, non uno slogan ma in carne ed ossa, che chiede il diritto al proprio futuro.

“Mettetevi questi occhiali, e guardateci!”

“Siamo stati invisibili, sfocati agli occhi di chi ci ha guardato fino ad oggi. Abbiate il coraggio di aprirvi al nostro punto di vista, per vedere sia le nostre capacità che le nostre difficoltà e fragilità. Dal valore che darete loro, dipenderà il presente e il futuro di tutti noi. Indossate questi occhiali e guardate il futuroguardate noi“.

Dopo più di un anno di pandemia, questo è il messaggio che ci consegnano le ragazze e i ragazzi del Movimento giovani per Save the Children.

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Antonietta Catanese
Giornalista professionista, scrive da oltre venti anni per la stampa, il web e la tv. Al suo attivo una lunga esperienza da redattrice, la direzione di un giornale web e le competenze acquisite in Europa, nel seguire i lavori del Parlamento a Strasburgo e da journaliste pigiste per l’équipe italiana della televisione europea Euronews, nelle redazioni di Lione e Bruxelles.
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