mercoledì 22 Settembre 2021
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Reddito di Cittadinanza: al Sud serve o è un fallimento? I numeri oltre le polemiche

L'intervento di welfare funziona in parte come strumento di contrasto alla povertà ma per nulla come politica attiva del lavoro. I dati ci aiutano a capire se è uno strumento inefficace o se è il mercato del lavoro italiano ad essere disfunzionale

Dai ristoratori che non trovano personale perché “è meglio il sussidio statale”, ai furbetti del Reddito, fino alle polemiche sull’opportunità di rifinanziare la misura: si riapre il dibattito sul Reddito di Cittadinanza, la misura di sostegno economico finalizzata all’ingresso nel mondo del lavoro in vigore da marzo 2019. 

Beppe Grillo

Cavallo di battaglia del Movimento 5 stelle – il primo dei “20 punti per uscire dal buio” pubblicati nel 2013 da Beppe Grillo nel suo blog – non sono poche le criticità dell’intervento di welfare avanzate da più partiti: le maggiori perplessità riguardavano la dotazione finanziaria, – circa 26 miliardi per il triennio 2020-2022- i rischi di abusi e di creare disincentivi sul versante dell’offerta di lavoro.
Aldilà delle posizioni ideologiche tra favorevoli e contrari, i numeri possono essere più eloquenti delle parole: secondo l’Anpal – l’Agenzia nazionale delle politiche attive del lavoro – da marzo 2019 ad aprile 2021, sono stati presi in carico dai Servizi per l’impiego circa 327 mila individui su un totale di oltre 1 milione di firmatari del Patto per il lavoro. È quindi del 31% la quota dei beneficiari dell’istituto che effettivamente può accedere al mercato del lavoro, e non significa che lo faccia, accettando almeno una delle tre offerte di lavoro previste dalla misura. Secondo SVIMEZ, l’associazione per lo sviluppo dell’Industria del Mezzogiorno, l’intervento di welfare sarebbe controproducente rispetto all’obiettivo di inclusione lavorativa: “sembra che il Reddito di Cittadinanza stia allontanando dal mercato del lavoro anziché richiamare persone in cerca di occupazione”. La misura bandiera dei pentastellati si configura, in pratica, come una politica assistenzialista – un mero sostegno al reddito – e non riesce ad imporsi come un efficace strumento di promozione lavorativa. Perché? Si tratta di un intervento di welfare inefficace di per sé, o inefficace perché si inserisce in un sistema economico e sociale come quello italiano?

Cos’è il Reddito di Cittadinanza

Facciamo chiarezza.

La misura pentastellata di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale prevede un sussidio economico e un percorso personalizzato di reinserimento lavorativo o sociale tramite la sottoscrizione ad un Patto per il lavoro o di inclusione sociale. I beneficiari della misura possono essere cittadini italiani, europei o che risiedono nel nostro paese da almeno 10 anni, con un livello annuo ISEE inferiore ai 9.630 euro. Sono tre le categorie di utenti rispetto agli obblighi per godere della misura: i nuclei familiari percettori del trasferimento economico non tenuti alla firma di un patto lavorativo perché con componenti già occupati o non occupabili, studenti, minori, anziani e disabili; le famiglie obbligate alla sottoscrizione del Patto del lavoro per la presenza di almeno un componente immediatamente attivabile; le famiglie con componenti non occupabili e quindi indirizzate al percorso di inserimento presso i servizi sociali.

L’erogazione del sussidio, dalla durata massima di 18 mesi, decade se il beneficiario occupabile non accetta almeno una delle tre offerte di lavoro congrue (la cui distanza del luogo dell’offerta aumenta di volta in volta).
Non sono pochi i soggetti coinvolti per l’applicazione della misura, distribuiti su tutti i livelli amministrativi: il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, Regioni, ANPAL, INPS, Poste, CAF, patronati, Centri per l’Impiego, Comuni, servizi specialistici ed enti di formazione, enti del terzo settore e imprese. Il tutto con l’ausilio dei “navigator”, i tutor dipendenti dell’ANPAL, incaricati di aiutare i beneficiari dell’istituto nella ricerca di una nuova occupazione, dalla presa in carico nei Centri per l’impiego fino all’assunzione.

una lunga serie di interventi assistenzialistici

L’intervento è la misura più recente di contrasto alla povertà finalizzata all’inserimento nel mercato del lavoro. Già dalla fine degli anni ’70 il nostro paese cerca di combinare interventi di tipo passivo (trasferimento economico) a quelli di tipo attivo (inserimento del beneficiario sul mercato del lavoro). Dopo alcune sperimentazioni a livello locale, il primo istituto nazionale con una componente economica e una di attivazione lavorativa e sociale è il Reddito minimo di inclusione (RMI), introdotto nel 1998. L’esperienza del RMI è risultata inefficace rispetto all’obiettivo del reinserimento lavorativo, soprattutto nelle realtà del Mezzogiorno.

Silvio Berlusconi

Nel 2012 il Governo Monti, sulla scia della Social Card del Governo Berlusconi IV – un intervento di tipo passivo che destinava 40 euro mensili ai pensionati – introduce la Nuova Carta Acquisti. La misura, nella sua prima sperimentazione, ha coinvolto 12 comuni con più di 250 mila abitanti, con un investimento di 50 milioni, e prevedeva l’abbinamento di un contributo economico a progetti di reinserimento sociale o lavorativo dei beneficiari. Per via dell’esigua dotazione finanziaria, anche quest’intervento non ha sortito gli effetti sperati.

Simile la sorte del Sostegno per l’Inclusione attiva (SIA) – una sorta di evoluzione nella Nuova Carta Acquisti – introdotto inizialmente in via sperimentale e poi esteso sull’intero territorio nazionale nel 2016. I criteri di accesso troppo rigidi (3 mila euro il livello annuo ISEE) ne hanno determinato l’inefficacia anche come misura di contrasto alla povertà: nel 2016 è stato accolto il 29% delle domande presentate.

Paolo Gentiloni

Nel 2018, con il Governo Gentiloni, nasce il Reddito di Inclusione (REI), una misura per i “poveri fra i più poveri”, con soglie di accesso particolarmente restrittive (6000 euro il livello ISEE per avere diritto alla misura). Il sussidio economico (292 euro l’importo medio) era subordinato all’attivazione di un percorso di inclusione sociale. Ne hanno beneficiato in tutto 462.000 famiglie, ossia 1,3 milioni di persone. Il REI è stato sostituito dal Reddito di Cittadinanza nel marzo 2019.

uno strumento di propaganda per il Sud?

Durante la campagna elettorale per le politiche del 2018, il Movimento 5 stelle ha fatto del Reddito di Cittadinanza la propria bandiera ideologica: la cifra dei 780 euro mensili (l’importo massimo della prestazione per una persona sola in affitto) ha acquisito un valore simbolico perché corrispondente alla soglia di povertà relativa dai tempi della prima proposta di legge nel 2013. L’ascesa del Movimento – il primo partito nel 2018, con il 32,7% dei voti- può essere in parte ricondotta alla capacità di aver intercettato l’insicurezza economica e l’esclusione sociale, una delle paure maggiori dell’elettorato italiano negli anni post crisi finanziaria, soprattutto nel Mezzogiorno. Il Reddito di Cittadinanza è diventato un abile strumento di propaganda che ha captato il disagio economico della base elettorale del partito. Il confronto tra i dati sulla geografia dei consensi alle politiche del 2018 e i dati sulle regioni con i maggiori beneficiari della misura nel 2019 contribuisce a spiegare l’enorme successo del M5S, che ha ottenuto complessivamente il 7% dei voti in più rispetto al 2013 e il 20,7% in più nelle regioni del Sud: Campania, Basilicata, Puglia e Calabria le regioni con l’elettorato più affezionato. Da aprile a dicembre 2019, sono 2,56 milioni le persone che hanno beneficiato della misura. Di queste, oltre la metà risiede nel Sud e nelle Isole (1,67 milioni): ai primi posti Campania (oltre 590 mila), Sicilia (quasi 480 mila) e Puglia (246 mila).

Ma vediamo gli ultimi dati: sulla base di un rapporto INPS, nel primo semestre 2021 i percettori del Reddito sono stati oltre 3,2 milioni (1,34 milioni i nuclei familiari coinvolti), con un importo medio a nucleo di 582,53 euro al mese. Interessante è la localizzazione dei beneficiari: oltre 2,1 milioni risiedono al Sud e nelle Isole, 631 mila al Nord e circa 450 mila quelli del Centro. Stando ai database ANPAL, firmatari del Patto di lavoro sono per lo più donne (52,7%). Fragile l’utenza rispetto al livello di istruzione: oltre il 72,3% dei beneficiari non possiede il diploma di maturità.

strumento anti-povertà efficace, ma inadatto a creare occupazione

Se il reddito può presentarsi come un efficace intervento di lotta alla povertà, – 584 euro l’importo mensile medio erogato a marzo 2021, il doppio di quello del REI- non altrettanto soddisfacenti sono i suoi risultati come politica per l’occupazione: per il Presidente INPS Pasquale Tridico, “quello che manca è l’accompagnamento verso il mercato del lavoro”.
Tra le criticità dell’intervento di welfare, il mancato coordinamento tra la pletora di soggetti preposti alla sua attivazione – non è chiaro chi faccia cosa – e i ritardi sull’aggiornamento dei database: tra i beneficiari, persone con la fedina penale sporca, truffatori, affiliati alle cosche, proprietari di ville e macchine di lusso. A denunciare le falle del sistema, un navigator: “non abbiamo ad oggi dati né ufficiali né ufficiosi su quante persone abbiano trovato lavoro. Nel sistema informatico ancora in fase di completamento, dove vengono incrociate domande e offerte di lavoro, non sono stati caricati i dati”.

un deterrente alla ricerca attiva di lavoro

Inoltre, la generosità del sussidio è di per sé un deterrente alla ricerca attiva del lavoro. Non sono poche le testimonianze di albergatori e ristoratori che rilevano, in sede di colloquio, la preferenza dei candidati a percepire il sussidio non facendo niente piuttosto che a lavorare per qualche euro in più. Alto, inoltre, il rischio di aver favorito il lavoro nero. Varie le denunce e le inchieste effettuate per scovare i percettori della misura che nel frattempo lavoravano in maniera irregolare. Non a caso, la normativa ha previsto forti sanzioni amministrative a chi assume in nero un lavoratore beneficiario del Reddito.

un mercato del lavoro disfunzionale

L’istituto si professava come “una rivoluzione del mondo del lavoro”, ma così non è stato. Sicuramente la misura sconta della fretta con cui è stata introdotta ed applicata, immaginando un ritorno in termini di consenso anche in vista delle europee del 2019, ma le cause della sua inefficacia derivano da problemi endemici al sistema del mercato del lavoro italiano.

Prima della crisi pandemica, nel nostro paese era del 38,32% il valore dell’indicatore di mistmatch OCSE – che rende conto della quantità di occupati troppo o troppo poco qualificati rispetto alle mansioni richieste: il dato europeo è del 33,5%. In Italia, in particolare, è piuttosto alta la componente dei lavoratori sovra-qualificati: 18,2% contro la media europea del 14,7%. Elevato il tasso italiano di talent shortage, la carenza dei talenti: l’indicatore esprime l’incapacità dei datori di lavoro ad intercettare talenti qualificati. La percentuale di aziende in Italia che non riesce a trovare le competenze ricercate raggiunge l’84% nelle aziende con più di 250 dipendenti.

Chi, nel nostro mercato del lavoro, dovrebbe occuparsi del job-matching, ossia dell’incrocio tra domanda e offerta sul mercato del lavoro, sono i Centri per l’Impiego, strutture pubbliche di dipendenza regionale o delle Province autonome. Secondo un rapporto della Banca d’Italia, nel 2018 solo il 2,1% (23.000 persone) di chi ha trovato un’occupazione nel settore privato lo ha fatto tramite i Centro per l’impiego. Dato non particolarmente sorprendente, considerando che sono sottofinanziati, il personale risulta inadeguato, i database non sono aggiornati e soprattutto non c’è coordinamento tra le regioni. Il Reddito di Cittadinanza ha affidato ai CpI la definizione e l’attuazione dei percorsi di inserimento lavorativo e il controllo di alcuni adempimenti burocratici. Le strutture si sono improvvisamente trovate a gestire un bacino molto più ampio di utenti, con profili di occupabilità piuttosto bassi. La loro performance non è che peggiorata.

la pandemia: uno stress test per il nostro sistema di welfare

Tirando le somme, il Reddito di Cittadinanza è stato adottato in maniera repentina per via della contingenza elettorale in un mercato del lavoro problematico.

Sicuramente, la misura, data la sua generosità, è un valido strumento di contrasto alla povertà, ma deludenti i suoi risultati come politica ponte verso il lavoro. La pandemia ha acuito ancora di più il problema, con più persone in difficoltà economica ma meno posti di lavoro per via delle chiusure, specialmente nel settore terziario.

Non è un caso se la Corte dei Conti, in un documento di aprile 2021, ha dichiarato la necessità di riformare il Reddito di Cittadinanza, slegando lo strumento di contrasto di povertà da quello della ricerca del lavoro.

Per evitare che misure di welfare non siano mere politiche di spesa ma diventino strumento di investimento, servono risorse: forse il PNRR – il Piano nazionale di ripresa e resilienza presentato dal Governo Draghi alla Commissione UE- rappresenta l’ultimo treno per riformare il sistema di occupazione italiano. Il piano destina 6,66 miliardi alle politiche per il lavoro: tra gli obiettivi, il rafforzamento dei Centri per l’impiego, investimenti per la formazione professionale e potenziamento delle politiche attive del mercato del lavoro.
Non è un caso se tutte le precedenti misure, dal Reddito Minimo a quello di Inclusione, non hanno prodotti benefici rispetto all’obiettivo occupazionale: più che di micro-interventi e regalie, il nostro paese avrebbe bisogno di una riforma organica e strutturale, altrimenti qualsiasi tentativo di politica attiva del mercato del lavoro risulterà sterile e, nel peggiore dei casi, controproducente.


Giorgia Caianiello
Ho conseguito la laurea magistrale in Governo e Politiche alla Luiss Guido Carli di Roma. Sono appassionata di libri e cultura classica. Nel tempo libero scrivo poesie e corro.
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