Perché i microchip sono così importanti. Origini e cause della crisi globale

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Un’industria che vale miliardi di dollari messa in ginocchio da una carenza a tutti i livelli. Quali sono le origini, il ruolo degli Usa e quello della Cina


di Arcangelo Ròciola*

I semiconduttori sono la struttura materiale che permette il funzionamento di televisori, smartphone, auto, frigoriferi, perfino aeroplano. Si tratta di un’industria che secondo i dati raccolti da Bloomberg oggi vale circa 500 miliardi. Per capire le cause della crisi dei semiconduttori bisogna cercare di immaginare tutte le centinaia di tipologie di chip e microchip che grazie a loro compongono l’intera industria del silicio, fatta di cobalto, litio, grafite, nickel, niobio, gallio, germanio, venadio e indio.

Materiali di cui il mondo non è rimasto a secco, ma la crescita esponenziale della domanda di prodotti elettronici causata dalla pandemia da Covid-19, oltre alle crescenti tensioni tra Usa e Cina, ha colto impreparate le aziende produttrici, innescando una crisi nella catena di approvvigionamento che sembra non avere precedenti.

L’IMPORTANZA DEI CHIP NELLA PRODUZIONE

Non si tratta solo di strumenti sofisticati, come i blasonati chip prodotti da Qualcomm e Intel che vantano prezzi che vanno da 100 a diverse migliaia di dollari. Ma in questa crisi sono coinvolti soprattutto i chip da un dollaro, come il display driver.

Un elemento semplicissimo, che ha l’unico scopo di trasmettere le informazioni base per illuminare lo schermo di un qualsiasi smartphone, o di un monitor di un cruscotto. Il display driver è un buon esempio per capire perchè la produzione di beni che si basano sui chip si è fermata. Senza questa componente essenziale, per quanto semplice di fattura e economica nei costi, l’intera produzione di un prodotto si blocca.

L’IMPATTO DELLA PANDEMIA 

Non si può sostituire, non ci si può arrangiare altrimenti. Uno smartphone non viene consegnato, un’auto resta ferma negli impianti di produzione. Per gli analisti quello che viene chiamato il “chip crunch”, la crisi del chip, nasce da un banale ma comprensibile errore di calcolo.

Nessuno si aspettava un impatto così forte sulle economie mondiali della pandemia da Covid-19 e, quando il virus ha cominciato a diffondersi su scala globale, i produttori di chip hanno reagito tagliando le previsioni di produzione.

In realtà è successo che le persone, costrette lavorare, studiare, produrre a distanza, spesso a casa, hanno cominciato a comprare nuovi device: computer più potenti, schermi più grandi, televisori con più pollici, tablet e smartphone più efficienti. Qui è cominciata la spirale che oggi ha messo in ginocchio l’industria globale. Una crisi che ha prima impattato sui produttori di prodotti per l’elettronica per poi arrivare ai produttori di automobili, la cui produzione è legata per il 60% ai semiconduttori.

LE TENSIONI USA CINA

Ma dietro la crisi dei semiconduttori ci sono anche questioni geopolitiche che vedono ancora una volta al centro della dispute Stati Uniti e Cina. Quando oggi si parla di semiconduttori, si parla soprattutto di due aziende: la Tsmc di Taiwan e la coreana Samsung. Le due aziende asiatiche insieme detengono il 70% del mercato della produzione di semiconduttori (dati Trendforce).

Gli Stati Uniti, una volta leader di questo mercato, negli ultimi decenni hanno lasciato il passo alle aziende asiatiche, diventate oggi leader globali. L’ex presidente Usa, Donald Trump, ha ripreso con forza il dossier dei semiconduttori a partire dal 2019, proprio in virtù delle tensioni con la Cina di Xi Jinping, ritenendola una questione di sicurezza nazionale (l’industria delle armi fa ampio uso di semiconduttori).

È vero che colossi americani come Intel producono circuiti integrati, ma il Covid-19 ha messo al centro la necessità da parte dell’Occidente di produrre chip anche di fascia bassa e soprattutto quella di avere un accesso alla produzione di terre rare, i cui giacimenti sono principalmente in Cina (41%) e in Africa (30%), secondo un report pubblicato dalla Commissione europea.

La questione quindi riguarda sia la produzione di questi beni, ma anche il ruolo che avrà la Cina nei prossimi decenni, in piena transizione da fabbrica del mondo, anche di tecnologia, a piattaforma tecnologica, che la porterà a un consolidamento del proprio mercato interno e a svolgere un ruolo sempre più centrale in quello asiatico.

IL PIANO BIDEN

Non è un caso quindi che gli sforzi dell’amministrazione Joe Biden si stiano concentrando sulla riconquista di un leadership nella produzione di chip e nelle forniture. A febbraio Biden ha firmato un ordine esecutivo che prevede una revisione della catena di approvvigionamento dei semiconduttori per analizzare e prevedere i fattori di rischio. Lo ha fatto inserendo 50 miliardi di dollari nel pacchetto di stimoli da 2.000 miliardi destinandoli alla ricerca.

Un disegno di legge chiamato Chips for America Act, che mira a fornire incentivi per consentire la ricerca e lo sviluppo di chip e semiconduttori. Obiettivo nel medio periodo: ridurre la dipendenza da Taiwan e più in generale dall’Asia. Anche la Cina sta cercando di smarcarsi dagli Usa investendo nella produzione di ‘qualità’ di semiconduttori.

Ma è un settore nel quale gli States hanno ancora un buon margine di vantaggio, protetto anche dalle sanzioni economiche decise da Washington che di fatto impediscono l’esportazioni di alcune tecnologie essenziali. E, sentenziano gli esperti del settore, senza la tecnologia occidentale, al momento è impossibile per la Cina produrre microchip di qualità.

I chip, ha spiegato Biden, sono essenzialmente infrastrutture e gli Stati Uniti devono “costruire l’infrastruttura di oggi e non riparare quella di ieri”, e che quindi il suo piano “proteggerà la nostra catena di approvvigionamento e rivitalizzerà la produzione americana”.

*tratto da www.agi.it

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