Comunicazione e verità al tempo del Covid: il caso della scuola

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Ogni governo, da decenni, ha affermato la priorità della scuola: ma un’asserzione non diventa vera per il solo fatto di essere pronunciata ad alta voce


Ricordo bene quando Giuseppe Conte disse che il governo, sulla scuola, si giocava la faccia. L’Italia era invasa da slogan, mottetti e deliranti facezie sui prodromi della futura dittatura. L’estate avanzava e il Covid-19 ripiegava, quasi un virus comprensivo, per lasciarci la libertà di ammollarci a mare. Nel frattempo cresceva l’orda di negazionisti che ha fatto a pezzi scienza, logica e statistica dalle pieghe di un sofà. E insomma, per non farci trovare impreparati a una seconda ondata, sebbene fosse già troppo tardi per allestire un credibile piano di sicurezza, il governo puntava tutto sulla scuola: e, parola di ministro, era il primo governo dopo anni che puntava tutto sulla scuola. E qui c’è un primo, grave, errore di comunicazione: ogni governo, da decenni, ha affermato la priorità della scuola; e un’asserzione non diventa vera per il solo fatto di essere pronunciata ad alta voce o enunciata in conferenza stampa.

la scuola torna (per finta) al centro del dibattito

Sia come sia, durante la fase cruciale della pandemia, in un’estate caratterizzata da memorabili misure di contenimento come i bonus vacanze e il decadere dell’obbligo di indossare la mascherina, si è parlato di scuola un po’ dappertutto: dentro le camere del governo, sui social, nei sindacati, nei comitati scientifici e pseudoscientifici, per strada, nei bar, nelle riunioni di condominio e probabilmente su Proxima Centauri. Questo gran parlare è stato sintetizzato, sul piano della comunicazione, con un altro slogan: “la scuola torna al centro del dibattito”. Concetto di cui il governo si è occasionalmente preso il merito: in maniera immotivata, perché il governo ha preferito il monologo al confronto e non esiste monologo che contempla il dibattito. Per inciso, di questo gran parlare di cui in parte sono testimone, sui giornali ho letto e riletto solo due ricorrenti affermazioni: quella che riguarda la faccia del governo e la promessa di riaprire le scuole in totale sicurezza, e per non richiuderle. Entrambe riportate correttamente ma entrambe, a posteriori, apprezzabili farneticazioni.

l’insostenibile leggerezza del significato di “totale sicurezza”

Già sospettoso per l’irritante vaghezza linguistica e bardato come un cavaliere alla giostra con quaranta gradi all’ombra, ricordo di essermi chiesto cosa significasse “in totale sicurezza”. La scuola riaprirà in totale sicurezza. Perché una sicurezza può essere assoluta o relativa, ma l’aggettivo totale mi faceva propendere per l’ipotesi della sicurezza assoluta. Ne segue di necessità che la faccia è stata scommessa contro l’eventualità che a scuola si potessero verificare contagi e conseguenti focolai. Mai, non sarebbe accaduto mai. O forse ogni tanto: “50.000 alunni con problemi” non sarebbero stati una sconfitta, ebbe a dire Giuseppe Conte. Una breve parentesi: fatte le promesse, stabilito l’incomprensibile piano di sicurezza, la cui stessa esistenza era questione incerta, ho assistito all’invenzione dei supporters: un esercito di genitori schierato per il rientro in totale sicurezza, fianco a fianco con l’esercito degli studenti che, incredibilmente, non vedeva l’ora di rimettere piede in classe. Ovviamente una moltitudine di genitori era davvero favorevole al rientro in sicurezza, ma non siamo un popolo di fanatici pronti a immolare la famiglia in nome dell’istruzione. Anche perché, per essere istruiti, è condizione necessaria essere vivi. Ciò che contava era il rientro in sicurezza, non l’affermazione, priva di contenuto, del rientro in sicurezza. Sono due cose diverse. Chiusa parentesi.

il cts e quel principio di autorità variabile

Qui entrano in gioco i pareri del CTS e il principio di autorità: il CTS garantisce che il piano di sicurezza, che in realtà non esiste, è buono e funzionerà; il CTS è emanazione del governo e della scienza, e da governo e scienza deriva la sua autorità, per cui il CTS è credibile e la sicurezza è sicurezza. Senza dubbio. O forse no. Perché di fatto il CTS si è stranamente trovato d’accordo, sempre, con il parere del ministro dell’istruzione, anche quando il ministro si pronunciava prima di averlo consultato; e perché nei pareri espressi dal CTS non c’è traccia di riferimenti a studi scientifici, tranne qualche raro caso, in cui si è fatto riferimento a studi non pertinenti. Almeno per quanto riguarda ciò che è stato comunicato alla nazione. A titolo di esempio, la distanza di sicurezza: prima superiore ai due metri, scende a due metri per consentire lo svolgersi degli esami di maturità, e durante l’estate scende a un metro perché altrimenti gli studenti non possono entrare in classe. Se ne può concludere che la distanza di sicurezza varia secondo un modello matematico che tiene conto del numero degli alunni e dello spazio a disposizione per riuscire a farli entrare nelle aule, e non secondo un effettivo criterio di sicurezza. Sarebbe più corretto chiamarla distanza di saturazione delle stalle. E la mascherina? Obbligatoria negli ambienti chiusi, ma non in classe. O meglio, prima sì, poi no, poi forse. Va da sé che la scienza non c’entra nulla, e l’autorità intellettuale del CTS non è superiore a quella di uno studente che, durante un’interrogazione, non preparato sull’argomento, decida di inventare le risposte. Da un punto di vista critico, tutto ciò trasforma il CTS da un comitato scientifico a un organo di convalida di pareri espressi altrove, con omissione integrale della scienza.

agli italiani solo congetture, ma la verità sul virus e il mondo scolastico non c’è

Ciò che mi aspetto dalla scienza è un argomento scientifico, dati scientifici, rilevazioni, numeri. In questo caso, prescindere dai numeri per l’analisi del contagio nell’ambiente scolastico era impossibile, tanto più che il MIUR, a ottobre, aveva deciso di renderli pubblici. Dalle parole ai fatti: i dati non sono mai stati pubblicati. Sicché, a quanto pare, il popolo italiano merita un bombardamento di slogan ma non merita di conoscere la verità. Questa – è chiaro – è una congettura, ma è fondata su alcuni dubbi abbastanza ovvi, a cui nessuno ha pensato di rispondere. Se abbiamo un monitoraggio costante dei contagi, perché non possiamo conoscere la diffusione del virus nell’ambiente scolastico? Perché continuare a ripetere che le scuole sono un posto sicuro mentre, stranamente, le scuole vengono chiuse perché non sono un posto sicuro? Perché tanti slogan? Forse perché lo slogan abolisce ogni verità che lo contraddice? Perché su Google, negli ultimi 90 giorni, la principale query associata alla ricerca “scuola” è stata “scuola 7 gennaio”, seguita da “il 7 si torna a scuola”? Perché gli italiani non conoscono il calendario scolastico o perché non credono al governo? Perché su Google, dal 2020 a oggi, la principale query associata alla ricerca “scuola” è stata “coronavirus scuola”, seguita da “covid scuola”?

Ivan Arillotta
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