mercoledì 22 Settembre 2021
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UNA STRATEGIA PER RILANCIARE IMPRESE E LAVORO

Dibattito con Luca Bianchi, Nino Foti, Marina Lalli, Bernabò Bocca, Santo Versace, Giovanni Fiori, intervistati da Alessandro Russo e Paola Bottero


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Le strategie per rilanciare il Paese sono l’argomento centrale del secondo panel di SUDeFUTURI#UNLOCK_IT, II Annual Meeting della Fondazione Magna Grecia, oggi alla sua seconda giornata. In studio al Palazzo dell’Informazione di Adnkros di piazza Mastai a Roma, ci sono il presidente di Svimez, Luca Bianchi, e quello di FMG, Nino Foti. In collegamento, con interventi moderati dal giornalista e direttore del magazine SUDeFUTURI Alessandro Russo e dalla strategist, giornalista e scrittrice Paola Bottero  sono invece intervenuti Marina Lalli, capo di Federturismo, Bernabò Bocca, presidente di Federalberghi, l’imprenditore Santo Versace e l’economista e docente Luiss, Giovanni Fiori.

lavoro: il covid non è stato una livella

Luca Bianchi e Nino Foti

“Il Covid non è stato una livella, non ha reso tutti uguali, ma ha aumentato la frattura fra chi teme più  per l’impoverimento e chi il virus” ricorda Alessandro Russo, citando l’ultimo rapporto Svimez. Ma va oltre il presidente dell’Istituto Luca Bianchi, per il quale “i dati dicono che stiamo attraversando la peggiore crisi della storia della Repubblica e il Paese ci è arrivato già indebolito. In questo quadro di debolezza strutturale del nostro Paese si ampliano ulteriormente le disuguaglianze”. Per Bianchi “il Pil italiano calerà del quasi 10% nel corso del 2020. L’impatto economico è leggermente superiore al Nord rispetto al Mezzogiorno, ma al Sud abbiamo un impatto sociale molto più forte. La crisi va a colpire soprattutto le categorie più deboli della popolazione e i territori più deboli. Quel processo di ampliamento delle disuguaglianze che si è verificato dall’inizio degli anni 2000 tende ad ampliarsi. E chi è che paga di più? I giovani e le donne. Tutta la perdita di occupazione si concentra sui precari perché c’è il blocco dei licenziamenti e per questo impatta di più nel Mezzogiorno e in particolare su giovani e donne. Per i giovani abbiamo il tema drammatico che vede non solo persone che perdono il lavoro, ma anche chi vede completamente chiusi i canali di accesso al mercato del lavoro. Abbiamo stimato circa 800mila giovani, di cui quasi 500mila nel Mezzogiorno, che sarebbero entrati nel mercato del lavoro in questa fase ma hanno trovato le porte chiuse. Per di più senza avere alcun tipo di ristoro. L’altro elemento è la componente femminile. Essendo questa crisi molto concentrata soprattutto sui contratti a termini e sui servizi, due terzi dell’occupazione che abbiamo perso nel 2020 poi riguarda le donne”.

Luca Bianchi

In più, sottolinea, c’è il tema del Mezzogiorno. “in quest’area – lancia l’allarme Bianchi – rischiamo un ampliamento molto forte delle aree di povertà che si concentreranno prevalentemente nelle grandi aree urbane, dove esisteva anche una maggiore economia di strada, che si è interrotta in questa fase e questo potrebbe determinare un ampliamento delle aree di disagio molto importanti”. Tema fondamentale è poi quello che lo Svimez, ricorda Bianchi, chiama “divario di cittadinanza”  cioè la differenza di “accesso ai servizi anche essenziali che dovrebbero essere costituzionalmente tutelati, parlo di scuola, istruzione, assistenza sociale. È tornato il dramma dell’abbandono scolastico, che riguarda soprattutto le famiglie più deboli. Oltre il 30% delle famiglie del Mezzogiorno in cui il capofamiglia ha massimo la terza media non hanno strumenti per far studiare i propri ragazzi, dunque anche il passaggio alla didattica a distanza rischia di ampliare ancora di più le disuguaglianze, non solo fra Sud e Nord, ma anche all’interno del territorio a seconda delle famiglie di appartenenza. L’altro tema è quello della sanità. I dati documentano un enorme divario in termini di servizi sanitari, non solo in termini di terapie intensive. In Calabria si fanno screening tumorali sette volte meno di quanto non si facciano nel resto del Paese”.

Alessandro Russo e Paola Bottero

Questo è il quadro, sottolinea Luca Bianchi, “ma è anche un momento di svolta perché le nuove opportunità dell’Europa pongono il Paese di fronte a scelte e opportunità in termini di investimento che potrebbero avviare un percorso diverso in grado di superare i vincoli che il Paese ha vissuto fino adesso”.

la pandemia ha distrutto il settore turismo

Non di livella, ma di pandemia come una pialla che ha distrutto il settore parla Bernabò Bocca, presidente Federalberghi. “Nel nostro settore non vediamo differenza tra Nord Centro e Sud e quello che dispiace è una totale mancanza di consapevolezza della crisi del nostro settore. L’ultima beffa è la bozza del Recovery fund, di cui abbiamo appreso dalle note di stampa. A fronte di 209 miliardi a disposizione di fondi, al settore del turismo e della cultura vanno circa 3 miliardi e 100, quindi per un settore economico che vale oggi dall’11 al 13% del Pil, noi insieme al settore della cultura dovremmo avere non più del 2%. Se andiamo più nel dettaglio vediamo come il turismo viene liquidato in non più di 5 righe, mentre ci sono diverse pagine accurate sul tema della cultura. Questo perché, purtroppo, oggi siamo ospiti, come è accaduto negli ultimi tempi, dei ministeri. Non abbiamo un ministero dedicato a noi, un settore importante come il Turismo dovrebbe avere un ministero dedicato ed invece abbiamo fatto il giro di tutti i ministeri del governo italiano, dalla Affari regionali, alla Cultura, alla presidenza del Consiglio”.

Bernabò Bocca collegato in streaming

Per Bocca non sono sufficienti neanche i ristori ricevuti “perché si dimentica di dire che c’è un tetto massimo di ristori che ammonta a 150mila euro, che è cifra utile ad una piccola impresa, ma è insufficiente per una struttura alberghiera che fattura milioni di euro e ha visto quest’anno i ricavi scendere dell’80%”. Il problema – sottolinea – “è che i soldi per tutti non ci sono, quindi bisogna affrontare il tema da un altro punto di vista. Noi abbiamo bisogno di finanziamenti lunghi a tasso basso perché le aziende abbiano maggiore respiro. In più abbiamo chiesto di allargare il superbonus anche alle imprese alberghiere. Dobbiamo approfittare del momento in cui gli alberghi sono chiusi e non riapriranno per fare azioni di riqualificazione, che metterebbe in moto l’indotto indiretto”.

Una distorsione che rischia di riverberarsi sul recovery fund

Marina Lalli in collegamento

Per Marina Lalli, presidente di Federturismo, “non siamo abituati a piangere, ma ci rendiamo conto che manca la consapevolezza nell’interlocutore, non si capisce cosa significhi turismo. Stiamo parlando del settore che produce il 13% di Pil e impiega il 15% della forza lavoro del Paese, quello che è anche leva importantissima del Paese perché ha un’infinita relazione con tanti altri settori a cominciare dal manifatturiero. Se si azzera il turismo, si finisce con il danneggiare non solo le aziende del settore, ma tutto il resto dell’Italia. Di questo noi siamo consci, ma non lo sembra il nostro interlocutore governativo”. Per Lalli, “il turismo è stato da tutti i punti di vista atterrato. In questi giorni, ad esempio, stiamo parlando della montagna, che dall’Immacolata all’Epifania fa la metà del suo fatturato annuale e non lo potrà fare, e non vediamo il ristoro per questo, ma soprattutto non vediamo una progettualità, aiuti strategici. Si stanno dando piccoli aiuti a pioggia per tamponare, ma di fatto non significa mettere in piedi un settore. Questo è un problema molto serio che purtroppo si va ripetendo di decreto in decreto”. Una distorsione che rischia di riverberarsi sul recovery fund per la presidente di Federturismo. “Se non siamo in grado di calibrare la spesa del Recovery fund in base alle necessità delle aziende e del Paese evidentemente non siamo in grado di effettuare una pianificazione strategica. Inoltre, ancora una volta non se ne parla con gli imprenditori, che quando danno un parere non vengono ascoltati. È una visione molto miope un Paese che dimostra che vuole camminare con logiche che non fanno progredire, tanto più quando si ha davanti un’occasione unica come questa che davvero può cambiare i connotati a un Paese che in questo periodo ne ha tanto bisogno”.

la proposta di abolire le regioni

L’intervento di Santo Versace

Amplia l’orizzonte del discorso, l’imprenditore della moda Santo Versace, che tuona “Il problema molto grosso è di come siamo amministrati. Nella sanità italiana si parla di quasi 30 miliardi l’anno fra ammanchi, sperperi, ruberie corruzione. Abbiamo un Parlamento di 945 che litigano dalla mattina alla sera, pagate per litigare. La politica deve essere basata su tre principi: profonda competenza, una sola religione, il bene comune, e una profonda onestà”. Per Versace, “i problemi sono in tutti i settori, il giro di affari è bloccato. Ma se dovessimo fare delle riforme, dovremmo partire da quelle strutturali, a partire dall’abolizione delle Regioni, sovrastrutture costosissime, che nei propri bilanci ha principalmente la sanità – chi il 65%, chi l’80%” – e noi abbiamo bisogno di queste sovrastrutture costosissime per gestirla? Il Paese Italia ha più soldi di quelli che servono, ma vanno gestiti bene”. A detta dell’imprenditore “bastano due soli livelli, lo Stato e i Comuni”. Per Versace, “il ridicolo di questi giorni poi è stato lo sciopero dei dipendenti pubblici che sono stati stragarantiti, per non parlare dei sindacati che guardano ancora al passato e non investono sul futuro” dice l’imprenditore, invocando una nuova era Thatcher. Anche la fiscalità, aggiunge Versace, è elevata “e c’è troppa evasione fiscale. Perché non si fa una banca dati unica?”. Sul fronte lavoro “ci sono 250mila posti di lavoro liberi nel nostro mondo. Parliamo di moda, design, alberghi di lusso, di gioielleria di alta qualità. Perché? Perché in Italia non si frequentano più le scuole professionali, quindi parliamo anche di educazione”. In sintesi, afferma l’imprenditore, “il problema è di istituzioni, perché non hanno interesse nel bene comune, la competenza è relativa e l’onestà lascia a desiderare. Dobbiamo riformare profondamente lo Stato che ha una ricchezza folle che è capace di riportarci ad un livello straordinario e i mezzi ci sono tutti”.

l’italia ha smesso di fare politica industriale

Il collegamento con Giovanni Fiori

Secondo l’economista Giovanni Fiori, per comprendere l’origine degli attuali problemi dell’Italia, a partire dal divario Nord/Sud “ bisogna ricordare che questo è uno dei pochi Paesi industrializzati che ha smesso di fare politica industriale, pensando di delegare tutto al libero mercato, e al contempo c’è stata la catastrofe relativa alle Regioni. Se non aboliamo le Regioni, questo Paese non avrà mai una politica decente. Basta guardare i grafici della spesa pubblica italiana, che hanno due impennate. Il primo dopo gli anni Settanta, quando vennero introdotte le Regioni, e una nel 2001, che corrisponde alla riforma del Titolo V. Quello che dobbiamo fare dunque è recuperare in primo luogo una politica industriale strategica. I ristori e i contributi devono essere concentrati su quei settori che sono stati più colpiti e che noi consideriamo strategici, quindi parliamo di turismo e cultura. Poi bisogna spendere quei soldi per recuperare i gap accumulati negli ultimi 30-40 anni, quindi sistemare le infrastrutture del Paese, ma anche riformare la Pubblica amministrazione, che significa investire nella formazione del personale”.

una commissione per sburocratizzare il sistema

Nino Foti

È su questo che si concentra Nino Foti, presidente Fondazione Magna Grecia, nelle sue conclusioni. “Si può fare una task force, non quella che abbiamo letto sui giornali che andrà in conflitto con i ministeri, una commissione speciale per sburocratizzare che semplifichi il Paese togliendo lacci e lacciuoli. È necessaria una commissione – spiega – costituita da persone esperte, che hanno a cuore il Paese e che guardino con interesse cosa succede negli altri Paesi. Come una sorta di authority non controllata che in poco più di due anni sburocratizzi il sistema”. Per Foti, “siamo in una fase in cui c’è un analfabetismo politico, in una situazione particolarmente grave, come se fossimo dopo la seconda guerra mondiale. Dobbiamo ripartire nuovamente”.

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