I solchi lasciati da Trump nella politica internazionale

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La difficile eredità di Trump nei dossier internazionali: Joe Biden dovrà riscrivere la politica internazionale. I problemi da affrontare con Europa, Africa e Medio Oriente


L’elezione di Joe Biden, così come lo sono state quelle dei presidenti americani ultimi trentacinque anni, è destinata a riscrivere il copione dei rapporti tra gli Stati Uniti e l’Europa, ma anche tra Usa e Africa e Medio Oriente, perché la politica portata avanti da Donald Trump (e da chi per lui, come il genero Jarred Kushner, eletto regista della pace tra israeliani e palestinesi probabilmente solo per le sue ascendenze ebraiche e non certo per capacità specifiche) ha creato solchi, ampliando le crepe esistenti e facendole diventare baratri.

Cosa ha davanti Biden

Il presidente designato ha davanti un periodo delicatissimo. Perché deve approntare una macchina governativa capace di affrontare e risolvere problemi da fare tremare i polsi. Oltre al fatto che Trump metterà ostacoli d’ogni natura lungo il percorso della transizione dall’amministrazione uscente alla nuova.
Anche se il suo aspetto da vecchio zio saggio, come lo considerano in molti negli Stati Uniti, può apparire tranquillizzante, Biden deve tirare fuori carattere. Ma soprattutto una squadra capace di entrare subito in attività ed a pieni giri.

le linee politiche di trump

La politica portata avanti da Donald Trump era definita da due diverse linee. Una che correva parallela al suo progetto di rendere l’America di nuovo grande, come da slogan della sua prima campagna elettorale; l’altra che, conseguenza della prima, non poteva non disconoscere il cammino delle precedenti due presidenze (quelle di Obama) in tante materie. A cominciare da quella della pax commerciale (ambita, inseguita, sperata) con la Cina e l’Europa.

L’approccio di Trump è stato conseguenziale al suo essere imprenditore prima che politico. Quindi ad avere un elettorato di riferimento che poco si interessa di ideologie e speranze, nutrendosi quotidianamente di economia. Un termine dove ci sta tutto: l’operaio licenziato per le conseguenze della delocalizzazione; l’imprenditore che vede le sue merci uccise da quelle a prezzi quasi azzerati in arrivo dalla Cina; i produttori che non possono scavalcare la barriera dei dazi europei; i coltivatori che si trovano a dovere combattere contro quelli di altri Paesi del continente (Canada e Messico) in virtù di accordi commerciali che non accettano più.

gli scontenti che hanno scelto trump

Una panoplia che, piuttosto che armi, ha riunito gli scontenti. Che, nelle prove muscolari di Trump, hanno visto  una occasione di riscatto per il Paese. Ed hanno apprezzato qualcuno che si candidava a diventare presidente dicendo che l’ambientalismo è solo un modo per fermare la marcia dell’America.

Ora, con ”zio Joe” gli Stati Uniti cambiano spartito, ma non necessariamente musica. Perché chi si aspetta che Biden cambierà tutto quello che Trump ha fatto in quattro anni può andare incontro ad una cocente delusione.

la nuova america

La ”nuova” America, che si voglia ammetterlo o no, dovrà difendere le conquiste economiche che Trump ha raggiunto. Ma per farlo dovrà stare attenta alle tensioni sociali che la carica divisiva del trumpismo si porta dietro. 
L’Europa ha già fatto sentire la sua voce quando, forte di una determinazione del Wto, l’Organizzazione  mondiale del commercio, ha annunciato un pacchetto di nuovi dazi su merci americane. Che potrebbero gravare fino a quattro miliardi all’anno su un paniere di prodotti di alto profilo tecnologico (aerei passeggeri). Ma anche su beni di largo o medio consumo (patate dolci, arachidi, succo d’arancia congelato, tabacco, ma anche ketchup e salmone del Pacifico). Ritorsione che, sebbene perfettamente legittima e maturata nel contenzioso Airbus-Boeing sugli aiuti di Stato, è stata adottata ad una eguale misura, a parti invertite, lo scorso anno dagli Stati Uniti. Per un valore di sette miliardi di dollari, imposizione doganale  mai adottata con questa ampiezza nella storia americana). 

Si dirà che siamo nell’ambito di normali controversie commerciali. Ma dovrebbe fare riflettere il particolare che la determinazione del Wto è stata resa nota a metà ottobre, mentre solo oggi è stata annunciata l’iniziativa dell’Ue. Con Biden già in rotta verso la Casa Bianca.
Credere alle coincidenze, in campi come questo, è come pensare che i personaggi delle favole siano reali. Biden si troverà anche questo a dovere ridiscutere.

il ruolo usa in africa

Come sarà importante capire quale sarà l’approccio della nuova amministrazione a dossier che Trump ha affrontato alla sua maniera, decidendo a dispetto anche della ragionevolezza. E le prime settimane dopo l’insediamento ufficiale di Biden saranno estremamente chiarificatrici.
Il ruolo degli Stati Uniti in Africa, ad esempio, dovrà essere rivisto o no? A dispetto di quello che, purtroppo, in tanti pensano ancora, lo spettro del terrorismo islamico non è affatto sconfitto. Forse ridimensionato, ma non sconfitto.
La pervicacia con cui Trump ha portato avanti il suo progetto di sganciamento militare dai teatri caldi all’estero ha non solo inficiato il ruolo di ”sentinella della democrazia”, tanto caro all’agiografia a stelle e strisce; ha anche messo in pericolo la riuscita di azioni che vanno avanti da decenni perché ritenute necessarie a scavare un fossato intorno all’integralismo islamico. Come in Afghanistan, dove il progressivo disimpegno americano ha portato ad una rinascita dei talebani come forza armata operativa. 

la politica estera di trump

L’Africa, non meno che altre regioni in cui il fondamentalismo islamico armato è presente in misura più ampia, è una porzione di pianeta alla quale Trump ha dedicato poco o nulla della sua presidenza, sbagliando.
In prima battuta perché non ha fatto nulla per arginare la rapida espansione dell’influenza cinese nel continente. Lui che della guerra a Pechino ha fatto il suo principale obiettivo.

Una espansione che, guarda caso, ha preso le mosse non oggi o ieri, ma una ventina d’anni fa. Con micro-finanziamenti a tassi agevolatissimi, offrendo la realizzazione di infrastrutture a prezzi stracciati. Prezzi possibili per il fatto che spesso le maestranze venivano dalla Cina, lavoravano con turni non praticabili da maestranze che non fossero cinesi, garantivano l’azzeramento di qualsiasi tematica sindacale. 

trump ha guardato solo all’interno degli usa

Chiuso nella torre eburnea della Casa Bianca, Trump ha guardato solo all’interno dell’America, considerando quel che accadeva altrove non come un suo problema, impegnato com’era a fronteggiare le merci cinesi ed il surplus di alcuni Stati europei (vedi Germania). Surplus che per lui era un foruncolo purulento, da schiacciare, non potendolo curare.

Intanto, mentre si vantava dei successi sullo scacchiere mediorientale, come gli accordi tra Israele ed alcuni regni del Golfo o altri Paesi africani, Trump perdeva di vista lo sguardo d’insieme del problema. 

L’America, nei secoli, ha basato la fondatezza del suo status di potenza mondiale ponendolo all’ombra dei cannoni. Attaccare la Nato e fare capire d’essere pronto a denunciarne i canoni non ha indebolito l’alleanza, ma ha fatto capire che alcune politiche di Trump moriranno con la sua presidenza. Ne sa qualcosa Boris Johnson che, dopo avere incassato da Trump promesse (economiche) a raffiche per spingerlo verso una Brexit veloce ad ogni costo, ora si ritrova come il comandante che, andato all’attacco impugnando la sciabola, guardandosi indietro s’accorge d’essere solo. 

Diego Minuti

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