martedì 29 Novembre 2022
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Il cugino di Gheddafi contro Hillary Clinton

Libia: il caos di oggi e le colpe di ieri determinato le incertezze sul futuro


La somiglianza è evidente, non solo per i tratti del viso ed il colore della pelle. Ma anche perché Ahmed Kaddaf el-Dam, cugino di Muammar al Gheddafi, del congiunto rais imita anche il modo di acconciare i riccioli, curatissimi, tinti d’un nero innaturale, ma che, nella Libia di una decina d’anni fa, erano di moda.

le foto con gheddafi

Ed il perché non c’è certo bisogno di spiegarlo. 
Ahmed Kadhaf el-Dam ha 68 anni e trascorre questa fase della sua vita al Cairo, dove abita in un lussuoso appartamento che si affaccia sul Nilo.
In bella mostra, oltre a candelabri e ninnoli vari sparsi in un salone dai mobili che, agli occhi di un occidentale, apparirebbero kitsch, tante fotografie che lo ritraggono accanto a Gheddafi. Fotografie nelle quali la somiglianza tra i due appare ancora più evidente.

l’offensiva contro Hillary Clinton

È dal Cairo che Kadhaf el-Dam (che, come il cugino, appartiene alla tribù dei Qadhadhfa, d’origine berbera)  vuole fare partire la sua offensiva giudiziaria per portare Hillary Clinton davanti ad una corte.
Deve rispondere, secondo lui, ad accuse pesantissime. Che possono essere riassunte nella chiara, almeno ai suoi occhi, responsabilità dell’ex segretario di Stato americano nella dissoluzione della Libia. Intesa come Paese sovrano (definizione che ormai non gli si attaglia più), e più in generale nell’aggressione a quella che l’ex diplomatico definisce “l’unità africana”.

il sogno panafricano

Al Cairo, ad una giornalista del magazine Jeune Afrique, il cugino del dittatore libico fa capire come per lui portare davanti ad una corte Hillary Clinton sia diventata quasi una missione.
Kadhaf el-Dam ritiene l’ex segretario di Stato americano responsabile del disfacimento non solo della Libia, ma anche di quel sogno panafricano di cui Gheddafi si era fatto promotore. Ruolo che, nei decenni, molti leaders del Continente si sono attribuiti, spesso come conseguenza di un ego enorme. 

Una leadership che sovente trovava sponda in altri Paesi africani, in virtù del fiume di dollari che Gheddafi distribuiva con il solo scopo di determinare crediti di riconoscenza con i destinatari. Da fare valere nelle occasioni istituzionali, quali le sempre ”vivaci” assemblee dell’Unione africana.

Kadhaf el-Dam respinge l’idea che il crollo del regime di Gheddafi sia stato conseguenza di un processo endogeno, della ribellione di un popolo esasperato nei confronti di un dittatore. Figura che, soprattutto in Africa, quando sparisce dall’orizzonte, determina sempre giudizi controversi. Che si dividono tra coloro che plaudono alla fine della dittatura e quelli che ripiangono la sicurezza della vecchia organizzazione statuale. Sia pure imposta con il terrore e la violenza. Ma che, nel caso di Gheddafi, veniva puntellata da una parziale distribuzione delle royalties derivate dalla vendita all’estero di petrolio e gas. Che, paradossalmente, si sarebbero poi dimostrate, in occasione della rivoluzione, le vere cause del sovvertimento del regime.

hillary è la sola responsabile

Per il cugino del rais, la situazione di oggi ha un solo responsabile e si chiama Hillary Clinton. Contro di lei ha annunciato un’offensiva giudiziaria, puntellata da un’altra mediatica che corre in parallelo. La vuole chiamare a rispondere del “caos in Libia” e della “distruzione del sogno dell’unità africana”, ma anche della morte violenta di Gheddafi.

Gli argomenti che l’ex diplomatico usa per spiegare il perché delle sue iniziative sono tutti da dimostrare. E poggiano, questa l’impressione che si trae, da non meglio specificate prove che “la rivoluzione (il riferimento è all’abbattimento della dittatura, nel 2011, ndr) è stata in realtà un’invasione programmata da Stati Uniti e Nato“.
A conforto della sua tesi, Ahmed Kadhaf el-Dam limita ad esibire un disegno del continente africano insanguinato dal logo della Nato. Un’immagine d’effetto, ma che resta tale, solo un’immagine che non dimostra assolutamente nulla.

Per rendere meglio il senso della sua campagna contro Hillary Clinton, l’ex diplomatico sostiene di aver raccolto numerose e-mail, documenti ufficiali e “testimonianze di libici che hanno collaborato con la Nato, ma si sono resi conto del loro errore e ora sono pronti a parlare”. Il tutto, ovviamente, coperto dal riserbo, ma che al-Dam si dice pronto a strappare se e quando si arriverà davanti ad un magistrato. Il nome di Hillary Clinton, afferma senza tanti giri di parole, sarebbe la chiave di volta “della cospirazione”.

il nodo della giurisdizione

L’iniziativa di Kadhaf el-Dam probabilmente finirà nel nulla perché, ma è solo la prima delle considerazioni che si manifestano, occorrerebbe sciogliere il nodo della giurisdizione. Ovvero, di quale corte o tribunale debba farsi carico di accettare la denuncia e, quindi, dare corso ad un’istruttoria, che già ora si presenta molto problematica.

Se al-Dam, facciamo questo esempio, ricorresse alla Corte penale internazionale, l’organismo dovrebbe, prima d’ogni cosa, pronunciarsi sulla propria competenza, che riguarda esclusivamente le ipotesi di genocidio, di crimini contro l’umanità e i crimini di guerra. Di queste tre ”possibilità”, a lume di logica, Hillary Clinton potrebbe essere accusata solo di crimini di guerra, addebito difficilissimo da portare davanti ad una corte, perché presuppone l’esistenza di prove inconfutabili. E, quindi, di come la popolazione abbia avuto conseguenze nefaste da un disegno che rientra appunto in un regime di guerra guerreggiata e non solo pensata, progettata o favorita. 

la “rivoluzione” libica di ieri e di oggi

Certo, ieri (2011) come oggi, la rivoluzione libica ha sempre dato spunto per riflessioni sul ruolo (e l’utilizzo) delle istituzioni internazionali in caso di situazioni di guerra che si determinano in Paesi che non appartengono a schieramenti ufficiali. Nei quali quindi, si può decidere di intervenire militarmente per riportare la pace. O, per meglio dire, quello che è il ”concetto” di pace, che varia spesso a seconda della latitudini.

L’offensiva contro Gheddafi – decisa per porre fine alla guerra civile in Libia – fu scatenata per ristabilire l’ordine e fermare il quotidiano bagno di sangue. Missione compiuta con uno squilibrio di forze evidente anche ai profani dell’arte bellica. Sarebbe stato difficile il contrario, vista la potenza di fuoco scatenata dalla Nato, con l’avallo del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.  

Oggi, però, il mondo – non solo la Libia – paga ancora le conseguenze di quelle decisioni. Perché il destino del martoriato Paese resta in bilico, ostaggio di un conflitto interno che appare ben lontano dal risolversi, visto che ormai ne fanno parte anche potenze straniere e non potenze regionali, come pure poteva essere più logico.
Un Paese, la Libia, con il quale l’Italia avrebbe dovuto mantenere ben diversi legami. E non ridursi all’ignominioso baciamano riservato dal nostro Premier al dittatore. Non fosse altro perché ancora debitore per le sofferenze inferte per inseguire il sogno dell’Impero.  

Diego Minuti
Giornalista e scrittore, nel 1976 ha cominciato la professione nella redazione di Catanzaro della Gazzetta del Sud, per passare, nel 1982, a quella calabrese dell’Agenzia Ansa. Sempre per l’Ansa ha guidato la redazione ligure, mentre, nella redazione centrale, è stato anche caporedattore agli Esteri, responsabile di Ansamed e, quindi, coordinatore da Tunisi dell’informazione dal Maghreb e dall’Africa francofona durante la stagione delle “primavere arabe”.
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