Africa: la guerra silenziosa della Francia alla jihad

Non si fermano le morti nell’avamposto della guerra al terrorismo islamico che si sta giocando da anni in uno scenario ai più sconosciuto: quello che corre lungo il Sahara meridionale


E’ una guerra silenziosa, ma è pur sempre una guerra, e forse ci si dovrebbe abituare, anche se questo è arduo, alle notizie che riportano il lievitare del numero delle vittime. Ma non è facile e così la Francia si ritrova a piangere altri due morti, nell’avamposto lontano e pericoloso della guerra al terrorismo islamico che si sta giocando, da anni, in uno scenario ai più sconosciuto, quello che corre lungo il Sahara meridionale. L’epicentro dell’azione in armi della Francia è il Mali, al centro, geograficamente e strategicamente parlando, di un vasto territorio che comprende ampie porzioni di altri Stati della regione. 

I due soldati facevano parte delle unità francesi che compongono il nerbo di ”Barkhane”, l’operazione militare da qualche anno impegnata a fare da argine all’espandersi dell’integralismo islamico armato, che fa proseliti (molti di meno di quanto ci si potrebbe immaginare), ma anche vittime, che non sono solo quelle che perdono la vita, ma anche le migliaia che, per cercare di sfuggire alla violenza, scappano, lasciandosi dietro i loro averi, ma soprattutto la loro cultura. L’Europa, distratta da altre cose (e non solo dal recente flagello della pandemia) non ha mai posto troppa attenzione a quel che sta facendo la Francia nell’Africa occidentale, forse considerandola come l’ennesima prova di una politica muscolare che, da sempre, viene attribuita agli inquilini dell’Eliseo, quale che sia la loro ideologia di base.

una guerra che dopo il 16 luglio è anche un po’ nostra

Una considerazione che potrebbe anche starci, ma che forse sarebbe opportuno rivedere sulla base della pericolosità reale e non potenziale legata ad un consolidamento dell’integralismo islamico in un’area che rischierebbe di diventare una sorta di base logistica. Una piattaforma ideale per chi, sotto la spinta di una strumentalizzata cattiva interpretazione del corano, intende estendere la sua sfera di influenza anche altrove, non necessariamente in Paesi o aree ritenuti fecondi per accogliere la mala pianta dell’islam piegato al terrorismo. Ma parlare oggi di questa/quella guerra non è solo un esercizio per chi si occupa di politica internazionale, di geopolitica, come spesso la si sente etichettare. Perché quella guerra è pure ”questa” , perché è anche un po’ nostra, dopo che il 16 luglio, nell’ambito del pacchetto ”missioni” all’estero, approvato dal Parlamento, è stata data luce verde alla partecipazione alla task force Takuba, a comando francese, che vedrà nostre truppe speciali – insieme a quelle di altri Paesi – nel Sahel. Su come si tradurrà praticamente questo impegno si sa soltanto che costerà, per il 2020, 16 milioni di euro e prevede l’utilizzo di circa 200 uomini ed otto elicotteri. Il contingente italiano avrà la sua base operativa ad Asongo (nel nord maliano) e sarà, si dice, impegnato in azioni nella zona frontaliera tra Mali, Burkina Faso e Niger, dove è segnalata la presenza di unità armate di Al Qaeda e Isis.

nomi suggestivi per operazioni pericolosissime

La guerra silenziosa che la Francia sta conducendo nell’Africa centro-occidentale non è ancora vinta, nonostante il fatto che scarponi francesi calchino le sabbie e le rocce di quei Paesi da anni. E non inganni i nomi fascinosi ed affascinanti che il Ministero della Difesa francese sceglie per le sue operazioni, che sono molto dure, pericolosissime, anche causa di uno spargimento di sangue che indurrebbe i molti gauchisti di casa a Parigi a ripensare ad altri tempi, quando la Francia aveva molti più soldati in giro per il mondo, e non certo riportando a casa vittorie. I nomi dati alle operazioni che stanno o hanno avuto come proscenio quelle regioni di cui poco interessa all’Occidente sono bellissimi, sia nella loro originaria denominazione che nel significato. Quindi, la prima è stata l’operazione in Ciad cui fu dato il nome di Sparviero (épervier), poi fu la volta di Serval  (il gattopardo africano), infine oggi “Barkhane” (come vengono chiamate le dune che il vento crea e distrugge nel deserto d’Africa). Bei nomi, ma che non spostano il peso militare, politico ed anche economico di un impegno che, per dare i suoi frutti, sarà necessariamente molto lungo.

Il carico di morte degli Ied

Dei due ultimi militari deceduti in Mali, il comando francese ha reso nota l’identità di uno solo, l’ussaro paracadutista Arnaud Volpe (il suo reggimento, il primo, è di stanza a Tarbes), saltato in aria con l’altra vittima mentre, a bordo di un blindato leggero, stava percorrendo una strada sterrata nella regione di Tessalit. Il nome del secondo militare morto non è stato reso noto per volontà della famiglia. Ad uccidere Volpe ed il suo commilitone è stato uno Ied, acronimo di Improvised explosive device, micidiali ordigni artigianali (anche se ormai la definizione è riduttiva, vista la bravura che gli armieri dei gruppi islamisti hanno raggiunto). Si tratta di bombe confezionate assemblando materiale recuperato da ordigni tradizionali (mine o proiettili), che vengono nascosti lungo sentieri e strade sterrate e che, con un innesco a pressione, esplodono con effetti devastanti – possono contenere sino a 20 chilogrammi di esplosivo -. L’uso di questi ordigni, che pare abbiano fatto per la prima volta la loro comparsa in Afghanistan, è ormai il marchio di fabbrica dello jihadismo armato. 

Il bilancio ufficilae è di 45 militari morti

Ma qual è il prezzo che sino ad oggi la Francia ha pagato in vite umane? Il bilancio ufficiale fornito dallo Stato maggiore francese è di 45 militari morti  e stiamo parlando solo di quelli deceduti per mano del ”nemico”. Quindi in questo numero – che riguarda solo le operazioni Serval e Barkhane – non sono compresi i militari deceduti in incidenti. Ma sino a quando la Francia sarà disposta a sopportare il peso di una implicazione diretta nelle vicende del Mali, ma anche dei Paesi a maggiore rischio di essere infettati dalla guerra santa islamica? Ad oggi non è possibile fare una previsione, ma che forse la Francia cominci ad avere qualche dubbio su una guerra senza fine, seppure alimentata da propositi lodevoli, lo si può capire dalle frasi che Emmanuel Macron ha rivolto alle famiglie dei due caduti. Alle quali ha espresso ”sincere condoglianze” estese ”ai parenti e a tutti i loro fratelli di armi”, per poi chiedere ”l’immediata instaurazione di una transizione politica civile in Mali, conforme alle aspettative del popolo, di tutti i Paesi che lo sostengono, condizione sine qua non per una lotta efficace al terrorismo”. 

prioritario il ripristino della democrazia

Due considerazioni: la prima è che la Francia si auspica un immediato ritorno alla democrazia in Mali, dove, a seguito di un colpo di Stato militare, il presidente Ibrahim Boubacar Keita si è dimesso, nella notte tra il 18 e 19 agosto, di fatto determinando un vuoto istituzionale, non ancora colmato. La seconda, e politicamente più importante, è che la Francia subordina la prosecuzione del suo impegno militare all’avvenuto ripristino della democrazia a Bamako e dintorni. La salma di Arnaud Volpe, che era nato a Versailles 24 anni fa, è stata riportata a casa. In Mali c’era arrivato da poche settimane e quella in cui è morto era l’ennesima missione che faceva – usando una mitragliatrice calibro 12,7 con la sola protezione del giubetto antiproiettile e della schermatura leggera – con i suoi colleghi. La scheda dello Stato maggiore su Volpe è esaustiva: poche note, essenziali, per capire chi fosse il militare deceduto. Poi, alla fine delle informazioni, quella che più colpisce: “era single e senza figli”. 

Diego Minuti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *