Algeria: la retorica nazionalista al servizio della laicità dello Stato

La strategia contro l’integralismo musulmano si nutre anche di eventi simbolici come la restituzione dei teschi dei 24 patrioti che 170 anni fa si opposero alla colonizzazione francese

nella foto in primo piano una donna piange per una delle bare
contenenti i resti di 24 combattenti della resistenza algerina

Un tempo, quando la lingua italiana aveva l’orgoglio di sé stessa (a differenza di oggi, in cui gli anglicismi la fanno da padrone) si usava dire, per descrivere l’esiguità di una distanza, che qualcosa stava accadendo ad un tiro di schioppo, utilizzando un’arma come unità di misura. E, oggi, ad un tiro di schioppo dall’Italia, c’è un Nord dell’Africa che vuole resistere all’offensiva dell’integralismo musulmano ed è alla continua ricerca della propria identità culturale, facendo del riscatto delle origini qualcosa cui aggrapparsi per rivendicare radici di cui andare fieri. 
E’ l’Africa del Marocco e della Tunisia, dove la democrazia (virtuale nel primo, ancora da consolidare nella seconda) è l’obiettivo delle nuove generazioni che guardano al futuro come occasione di riscatto, come qualcosa cui aggrapparsi per fare sì che il passato sia cancellato veramente e non solo nei libri scritti da storici compiacenti o complici.

algeria, pagine di storia scritte col sangue

In Algeria non è questo lo scenario perché un intero Paese è costantemente al confronto con sé stesso e con un passato recente – nei tempi ufficiali codificati dalla Storia – dove intere pagine sono state scritte col sangue. 
Il sangue degli algerini, che chiedevano l’Indipendenza, e di quei francesi, i pied-noirs, che si sentivano figli di Francia pure se erano nati nel Paese nordafricano. Ed altro sangue, e tanto, è stato sparso nella città e nei villaggi quando, per contrastare la vittoria elettorale degli islamisti, l’Esercito scese in campo per una guerra civile che ancora oggi fa sentire la sua eco, a fronte del riproporsi di un Islam condizionato e sostenuto economicamente dai regni del Golfo, che hanno inondato il Nord Africa, oltre che di dollari, anche di predicatori che hanno sposato le correnti più integraliste. Prima di parlare dell’Algeria è forse utile parlare degli algerini, gente dal carattere duro, forgiato da decenni di guerre, dentro e fuori il Paese; uomini sempre fortemente determinati a raggiungere i traguardi che si pongono. Se, nei giudizi incrociati tra i vari Paesi, gli egiziani sono il caos, i tunisini i troppo furbi, i marocchini quelli che non seguono le regole, gli algerini sono implacabili, determinati, capaci.

un paese alla ricerca di una stabilità vera, non “in divisa”

Oggi l’Algeria è alla disperata ricerca di una stabilità che sia vera e non come quella che decenni di presidenti espressioni della casta militare (ad eccezione del solo Ben Bella, presto messo da parte dai generali) avevano garantito grazie ad una presenza costante di uomini in divisa a guardia delle leve del potere. Un controllo costante e palese, esercitato con la forza della sola presenza che incuteva timori ed anche paure, soprattutto perché in Algeria le forze armate non solo  difendono i confini del Paese (ma anche il Paese, quando si è trattato di sbaragliare le formazioni islamiste, pericolose quanto sanguinarie, sconfitte, per così dire, sul loro stesso terreno), ma sono garanzia di stabilità. Non della democrazia, almeno nell’accezione occidentale, ma pur sempre di un sistema che formalmente elegge i suoi vertici.  Comunque, nel rispetto delle forme, tanto che, mutuando una definizione a suo tempo coniata per i militari francesi per le restrizioni legate al periodo delle tensioni con i vicini tedeschi (1848) , le forze armate d’Algeria vengono chiamate ”la grande muette”, dove ”muette” sta per muta, perché restano in silenzio, ma senza per questo esimersi dall’agire, anche facendo ricorso al pugno di ferro. 

il rischio un nuovo focolaio estremista vicino all’europa

Ma, nonostante l’importanza che ha non solo nello scacchiere del Nord Africa (è considerata la potenza regionale del Maghreb, anche in virtù di un apparato militare alimentato da un fiume di armamenti che non ha eguale nel continente, forse con la sola eccezione dell’Egitto e del Sud Africa) dell’Algeria si parla poco, non considerando che, se dovesse crollare il bastione della laicità dello Stato sotto i colpi di un islam (soprattutto wahabita) molto aggressivo, l’Europa – e soprattutto l’Italia – si troverebbe sull’uscio un potenziale focolaio di estremismo armato. 
Un pericolo che l’Europa percepisce come fievole e che invece c’è ed è pronto a deflagrare.  
Ma quella parte della società algerina che non vuole cedere al proselitismo aggressivo dei chierici islamici targati Regni del Golfo reagisce, affidandosi come sempre alla retorica nazionale ed alla liturgia cara ai militari, che non perdono occasione di appellarsi al popolo per ricordarne le radici e le lotte che hanno consentito all’Algeria di affrancarsi  dalla Francia e di opporsi alla presa del potere da parte degli islamisti.

i simboli della strategia anti-islamista: la restituzione dei 24 teschi

Questa strategia ha però bisogno di occasioni, di episodi, di eventi da potere sbandierare davanti all’opinione pubblica nazionale che pure, da più di un anno, è scossa dall’hirak, parola araba che potrebbe essere tradotta, senza incorrere in errore, in ”movimento” come quello che rivendica una maggiore democrazia ed una cesura col recente passato, quello della corruzione imperante nel periodo della presidenza di Abdelaziz Bouteflika e della masnada rapace che lo circondava, soprattutto quando la sua salute ha avuto un crollo.
Celebrare il passato, nel tentativo di attualizzarlo, di dare ai giovani qualcosa di cui andare fieri, oltre alle occasioni canoniche legate alle partite di calcio. Per questo non deve sorprendere che la restituzione da parte della Francia di 24 teschi, quel che resta dei resti dei combattenti che, 170 anni fa, si opposero alla colonizzazione dell’Algeria, sia stata celebrata come se fosse una vittoria militare. Dopo la cattura – avvenuta in circostanze diverse – furono processati, in modo rapido e con le sentenze già scritte, condannati a morte ed affidati, per l’ultimo passaggio su questa terra, a ”madame la Guillotine”. Le loro teste, scarnificate, seguendo una consuetudine del tempo, secondo cui un ”criminale” lo si poteva conoscere meglio se ne si aveva lo scheletro bene in vista, furono esposte per decenni e decenni nel ”Museo dell’uomo” (stravagante intitolazione) a Parigi, da cui sono tornati in Algeria, per espresso desiderio del presidente Macron.

la spettacolarizzazione del rientro dei resti dei patrioti

Una fase della cerimonia del rientro in patria dei teschi dei 24 patrioti algerini

Il rientro in patria dei teschi dei patrioti algerini è stato spettacolarizzato al massimo, probabilmente per desiderio delle stesse forze armate che, dalla morte del potentissimo capo di stato maggiore Ahmed Gaid Salah, nel dicembre dello scorso anno, che aveva appena cacciato Andelaziz Bouteflika e la sua cricca, sono alla ricerca di un nuovo uomo forte, che diventi l’ago della bilancia dell’equilibrio politico del Paese. Alla cerimonia funebre, alla quale ha presenziato lo stesso presidente Abdelmadjid Tebboune, c’erano anche i due militari che, probabilmente, si contendono il ruolo di successore a Salah, il capo di stato maggiore il generale maggiore Saïd Chengriha e  il comandante della potente ed armatissima guardia repubblicana, il generale Benali Benali.
I teschi hanno compiuto il loro ultimo viaggio a bordo di un C-130 dell’Aeronautica, scortato da quattro aerei da combattimento, che ha sorvolato per due volte il cielo di Algeri, con migliaia di persone a naso in su a seguire lo strano corteo funebre. Dopo l’atterraggio all’aeroporto internazionale intitolato ad Houari Boumediene (ex presidente ed ex militare, forse il più ascetico ed ancora oggi amato capo di Stato), i resti degli shahid  (martiri) sono stati salutati da 21 salve di cannone, come il protocollo impone per gli eroi. 

un circolo di eroi funzionale alla retorica nazionalistica

A molti algerini nomi come Mohamed Lamjad Ben Abdelmalek, che guidò  l’insurrezione popolare nella regione di Djurdjura, in Cabilia,  o come Sheikh Bouziane, il leader della rivolta del 1849 a Zaâtcha (nella regione di Biskra), dicono poco o nulla, ma oggi, grazie alla retorica nazionalistica, entrano a fare parte di un ristretto circolo di eroi in funzione anti-coloniale da spendere sullo scenario nazionale.
”Privati per oltre 170 anni del diritto naturale e umano di essere sepolti” è detto in una nota che girava per i quotidiani algerini, i resti dei 24 martiri ”saranno infine sepolti nel grembo della loro terra natale per la quale hanno dato la vita”, ”al culmine del loro nobile sacrificio”.
La collocazione definitiva dei teschi sarà quella della piazza dei martiri (una sorta di famedio) del cimitero di El Alia.
Nelle parole del presidente Tebboune c’è il manifesto dell’Algeria di oggi e di quella di domani: “Lungi dal rimanere ostaggi del passato, la convocazione della nostra storia – con i suoi dettagli, i suoi dolori e le sue gioie – per preservare la memoria nazionale e valutare il nostro presente, i suoi punti positivi e le sue insufficienze, sono un punto di riferimento per i nostri figli e nipoti nella costruzione di un futuro luminoso e pacifico e nella costruzione di una personalità forte e solida, rispettosa delle basi, dei principi e dei valori della nazione “.

Diego Minuti

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