Sud, i tre nodi da affrontare per una “partenza nuova”

Tutto il Paese è al momento “Sud” di un altro Nord e la chiave di volta potrebbe essere quella di capovolgere gli schemi puntando sull’attuale Mezzogiorno


Nel dibattito sulla modernizzazione del Paese e sul superamento della crisi economica post Covid-19 quasi tutte le forze politiche e sociali sembrano concordare su un fatto: l’Italia deve reagire subito e con determinazione, deve essere più forte del dolore e delle difficoltà, deve trovare quel coraggio che non ha mai avuto prima. Non si tratta di una ripartenza, ma di una partenza nuova, in un contesto del quale non si conoscono ancora gli effetti a lungo termine, in un mondo mai vissuto prima.

Per la prima volta siamo di fronte agli effetti di una crisi che ci ha sorpresi e coinvolti ad ogni livello sul piano economico, sanitario, sociale, ma anche e soprattutto politico e istituzionale. È triste e sconfortante vedere che, nel momento storico più grave dal dopoguerra ad oggi, le responsabilità di condurre il Paese sono in capo a chi ha dimostrato di non avere le competenze necessarie per poterlo fare, risultando purtroppo non all’altezza di questa difficile situazione, che invece ha messo a nudo tutta una serie di incapacità ed inadeguatezze. È necessaria una guida autorevole e credibile a cui gli italiani possano affidare gli straordinari sacrifici che sono chiamati a fare e che dia speranza nel futuro. Quello che ora serve è un vero e proprio shock, anche da un punto di vista strategico e decisionale.

In un tempo in cui il virus resetta tutto e rimette ognuno di noi ai nastri di partenza, non esiste ragione per immaginare di muoversi secondo i canoni di prima. Se consideriamo che le Regioni del Nord vivono ad oggi le maggiori difficoltà – con la Lombardia, ad esempio, che stima effetti negativi, oltre il 20%, sul proprio Pil – è evidente che sia anacronistico pensare ad una ripartenza del Paese con questi territori che facciano da traino alla nostra economia. Tutto il Paese è al momento “Sud” di un altro Nord e la chiave di volta potrebbe essere quella di capovolgere gli schemi, puntando proprio sull’attuale Mezzogiorno e sul suo enorme potenziale di energia, ancora inespressa, quale volano per questa nuova fase. Un Mezzogiorno in cui – è bene sempre ricordarlo – convivono elementi di brillante modernità e sacche di imbarazzante sottosviluppo, con regioni come la Calabria che devono essere messe nelle condizioni di uscire da un destino di marginalità, che sembra già segnato, per svolgere un ruolo da protagonisti.

Questo può essere il momento, per il nostro Paese, per cogliere l’occasione del rilancio, correggendo una volta per tutte i propri difetti sostanziali, abbattendo ostacoli e vincoli che impediscono di esprimere pienamente il proprio potenziale. O lo si fa adesso, o è inutile continuare a sperare che le cose cambino.

Rivoluzione culturale nella Pubblica amministrazione

Il primo passaggio – ormai improcrastinabile – su cui la Calabria e il Sud possono agire da apripista passa dalla sburocratizzazione e da una rivoluzione “culturale” nella pubblica amministrazione. Esiste un problema di competenze all’interno degli apparati pubblici: spesso funzionari, dirigenti o semplici impiegati non hanno le conoscenze necessarie per svolgere il proprio ruolo, perché la selezione è stata viziata o perché non funzionano i meccanismi di formazione e aggiornamento. In Italia inoltre – e in misura forse maggiore nelle regioni meridionali – per chi opera nelle pubbliche amministrazioni è molto più conveniente stare fermi, fare nulla: l’inerzia premia molto più dell’azione. E soprattutto non comporta rischi. Chi sta fermo – in questo sistema folle – accumula avanzi di carriera, bonus, riconoscimenti, diversamente da chi si distingue per meriti e capacità ma senza ottenerne riconoscimento.

E poi c’è un problema che attraversa tutti gli altri e mina alla base la possibilità che il Mezzogiorno e l’Italia possano essere realmente competitivi. La questione della burocrazia che opprime e delle procedure farraginose, che paradossalmente finiscono per favorire la corruzione e il malaffare che avrebbero dovuto contrastare. Troppe leggi, troppi vincoli e meccanismi fuori da ogni contesto che devono essere in qualche modo disciplinati e semplificati. Credo sia auspicabile ad esempio, l’istituzione di una Commissione speciale di natura Parlamentare che si occupi con pieni poteri esattamente di questo problema, riportando il nostro Paese in linea rispetto a quanto accade negli altri principali Stati europei.

investire nel capitale umano

Un secondo ambito sul quale è necessario investire urgentemente risorse ed energie, diversamente da come si è fatto negli ultimi tempi, è quello relativo alla formazione e al “capitale umano”, nonché alla lotta alla povertà educativa. È necessario capire che rispetto ad un concetto generale di “crescita” questi aspetti non possono essere accessori, perché qualsiasi intervento economico che non si innesti su un tessuto sociale in grado di accoglierlo e farlo crescere, si trasforma in mero assistenzialismo, com’è accaduto fino ad ora. Gli ultimi dati forniti dal Consorzio Almalaurea confermano che dal 2003 al 2019 le nostre Università hanno perso oltre 37.000 immatricolazioni, mentre il Mezzogiorno ogni anno perde un quarto dei propri diplomati che vanno a studiare e a cercare nuove opportunità al Centro-Nord. Sarebbe necessario ed urgente un grande piano di investimento sul capitale umano da realizzare con le aziende più importanti, con le istituzioni, con i centri di ricerca e con le Università, per costruire la classe dirigente che dovrà guidare il Mezzogiorno e l’Italia negli anni della rinascita.

basta con i fondi europei “a cascata”

Il terzo punto è relativo all’utilizzo dei Fondi europei. Anche in questi giorni, sulla base dei dati forniti da Bankitalia, si è ragionato dell’efficacia nella spesa da parte delle regioni meridionali e della Calabria in particolare, arrivando alla solita conclusione per cui immense risorse non vengono utilizzate, indipendentemente dal fatto che si sia o no nella media nazionale. Il dato su cui non si ragiona è però quello relativo all’impatto di queste risorse sul territorio, sulle strategie di cambiamento, sulla crescita complessiva del Mezzogiorno e della Calabria, sulla vita delle persone. Mi rifaccio a un ragionamento di Carlo Borgomeo, presidente della Fondazione con il Sud, che condivido pienamente. I Fondi europei non riescono a innescare dinamiche di cambiamento perché c’è un “peccato originale”, quello della programmazione “a cascata”: a Bruxelles si decide una cosa, più giù se ne decide un’altra e nel livello inferiore se ne fa un’altra ancora. I progetti non vengono ideati e costruiti in relazione a ciò che serve al territorio, alla loro coerenza con una strategia di sviluppo messa in campo dalle Regioni, ma per essere il più possibile compatibili con quelle regole che dicono tutto e il contrario di tutto, in modo da accedere ai finanziamenti. Più che progetti di sviluppo si tratta di progetti “acchiappa soldi”. Per questo motivo, quando si riescono a spendere le risorse, il più delle volte i risultati sono frammentari e si esauriscono in cattedrali nel deserto o in opere inutili. Ritengo che sia più utile, da questo punto di vista, sostituire il metodo del finanziamento a cascata – destinato come negli anni passati al fallimento – con quello dei grandi progetti strategici: per ognuno dei i 5 ambiti previsti dai Fondi europei si convoglino le risorse su un unico ma decisivo programma di sviluppo per il Mezzogiorno, come può essere ad esempio l’investimento sull’Alta Velocità, che davvero potrebbe cambiare la dotazione infrastrutturale e l’economia di quest’area del paese.

il mezzogiorno deve avere voglia di sviluppo

C’è un’ultima questione da affrontare: se il Mezzogiorno può guidare l’Italia sulla strada del cambiamento, è pur vero che per farlo anche il Mezzogiorno deve iniziare una vera e propria rivoluzione di pensiero. Il territorio deve avere “voglia di sviluppo”. Bisogna abbandonare la logica del piagnisteo, del cercare negli altri le risposte ai problemi. Bisogna unire competenze, voglia di fare, capacità di guardare avanti, abbattendo allo stesso tempo quei meccanismi che premiano inerzia, superficialità e sciatteria. L’unico modo di correggere i mali del presente è guardare al futuro con onestà e lungimiranza: dobbiamo iniziare estirpando quella mentalità deleteria che spesso ci porta a non volgere lo sguardo oltre il nostro orticello.

Il Mezzogiorno e l’Italia possono e devono cogliere questa occasione per ricostruirsi, per rilanciare davvero le immense potenzialità inespresse. Altrimenti rassegniamoci a restare dove siamo, nella migliore delle ipotesi.

Articolo pubblicato sul Quotidiano del Sud il 23 giugno 2020

Nino Foti

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