Debora Caprioglio: «il Covid non può uccidere il teatro»

Esisto anch’io: oltre la frase di Conte sugli “artisti che ci fanno tanto divertire”, c’è un mondo fermo, fatto di persone che vogliono riprendere a respirare. L’intervista all’attrice


«Adesso faccio testamento». Questo il primo pensiero che ha avuto appena è iniziata la quarantena. Debora Caprioglio è un’inguaribile ottimista, eppure l’emergenza Covid 19 l’ha vissuta con grande paura.
«Sono ipocondriaca. È una specie di bipolarità, la mia. Mi sono scorticata le mani a furia di lavarmele. Ho evitato il supermercato, mi sono studiata tutti gli orari dei negozietti del centro, dove non c’è mai nessuno. Ho evitato completamente contatti».

LA CHIUSURA DEI TEATRI

L’attrice scoperta giovanissima da Klaus Kinski (aveva da poco vinto, diciassettenne, il concorso Un volto per il cinema) era in tournée, quando sono stati chiusi i teatri. Sembra ancora la ragazzina icona sexy protagonista di “Paprika” di Tinto Brass. Da allora ha fatto tantissime cose.
Al cinema, dai film con Kinski (Nosferatu, Grandi cacciatori, Paganini) a Castellano e Pipolo, dal campione d’incassi Colpi di fulmine di Neri Parenti a Con gli occhi chiusi di Francesca Archibugi e Albergo Roma di Ugo Chiti. In tv come conduttrice ed ospite di programmi televisivi (due per tutti: Buona Domenica con Maurizio Costanzo su Canale 5 e L’isola dei famosi su Rai 2), ma anche in minserie (Morte di un confidente, Crimini dei Manetti Bros, I Cesaroni, Questo nostro amore su Rai 1 con Neri Marcorè e Anna Valle, Isola Margherita, Un’avventura romantica di Davide Cavuti).

Da tempo preferisce il palcoscenico. «Il teatro è stato una grande palestra, mi sento artisticamente più matura».
«Negli altri Paesi un attore è un attore. Solo in Italia esiste la distinzione tra attore di teatro, di cinema e di tv. Ho iniziato con cinema e televisione poi ho prediletto il teatro, ho sempre fatto teatro con grande entusiasmo. Ma ovviamente se capita qualche progetto interessante posso tranquillamente passare in tv o al cinema».
Debora Caprioglio era in un teatro quando la chiusura dei teatri ha preceduto di qualche giorno il lockdown totale. Il 4 marzo era appena arrivata a Reggio Calabria con le altre sette attrici e la troupe di “Otto donne e un mistero”, spettacolo che stava per chiudersi: dopo la serata sullo Stretto c’era ancora una data, Altamura. Poi avrebbe chiuso con quello spettacolo per iniziare con il successivo.

«Già nel pomeriggio, arrivati da Catania dove avevamo recitato per due settimane, circolava la voce che avrebbero chiuso i teatri per via del Covid». Ma la notizia certa – e definitiva – è arrivata mentre stavano per entrare in scena: un messaggio sul gruppo Whatsapp con cui il produttore dello spettacolo le avvisava che sarebbe stata l’ultima serata. «Abbiamo capito così che la cosa diventava molto seria».
Il giorno dopo i teatri sono stati chiusi per decreto, e lo sono ancora oggi, chissà per quanto ancora.
«Nessuna assicurazione, niente. Essendosi bloccati i teatri si sono bloccati i pagamenti: gli stessi produttori faticano a pagare persino il pregresso. Non solo abbiamo smesso di lavorare: in più dobbiamo subire i ritardi ulteriori per ciò che abbiamo già fatto. Si è bloccato l’intero meccanismo, dobbiamo attendere che si rimetta tutto in moto. Il danno è immenso».

ESISTO ANCH’IO

Più di due mesi di silenzio totale, quelli trascorsi da Debora come da tutti gli attori e le maestranze. Teatri e cinema chiusi, riprese ferme, persino i doppiaggi delle serie tv hanno subito lo stop per l’emergenza Coronavirus. Chi lavora nel settore sta ancora aspettando i pagamenti di quanto stava facendo ed è stato interrotto dal lockdown, non sa quando riprenderà a lavorare. Per più di due mesi ha atteso segnali.

«Siamo stati considerati meno di zero. Adesso qualcosa si sta muovendo, ma per due mesi, guardando ogni giorno le notizie, mi aspettavo sempre che si parlasse di noi. Invece sono totalmente mancate comunicazioni sulla nostra categoria per troppo tempo. Niente, per due mesi, a parte i provvedimenti per i lavoratori dello spettacolo, ma ovviamente stiamo parlando di palliativi. Non ci siamo solo noi attori: ci sono tutti i tecnici, le maestranze, tutto quanto».

Alcuni artisti (Tiziano Ferro a metà aprile, Laura Pausini e altri cantanti a seguire) hanno chiesto al Governo aiuti concreti in sostegno dei lavoratori dello spettacolo, dimenticati dalle prime manovre finanziarie di questa emergenza e senza una data di ripartenza. Poi c’è stato il concertone del 1 maggio in video, che ha dato un segnale forte. Molti cantanti hanno improvvisato dirette social.

Esisto anch’io è nata come protesta dei lavoratori dello spettacolo che sono stati esclusi dai primi bonus da 600 euro. Ha aderito anche Debora: è evidente a partire dalla sua foto di profilo su Facebook. Ma va oltre le risposte che sono arrivate, in qualche modo – e senza entrare nel merito delle parole di Conte “la cultura: non dimentichiamo neppure questo settore. Abbiamo un occhio di attenzione per i nostri artisti che ci fanno tanto divertire e ci fanno tanto appassionare” e delle successive polemiche.

IL PROBLEMA È IL FUTURO

«Il problema è il futuro: se non c’è un ritorno al lavoro la vedo molto dura. Il problema non è tanto la chiusura, quanto l’incertezza della riapertura. Di fronte ad un futuro più o meno indicato si sopporta anche il sacrificio. L’incertezza di ciò che sarà dopo è ciò che più spaventa. Nel nostro settore del teatro e del cinema, oltre al lato economico, speriamo che la gente abbia poi voglia di tornare a rilassarsi in teatro. C’è anche da rifare il discorso di recuperare l’entusiasmo del pubblico: c’è un po’ di paura. Torneranno nelle sale e nei teatri?».

Il teatro. Sospira, Debora. «Avevo un calendario fitto: a marzo dovevo riprendere uno spettacolo con Corrado Tedeschi, “Notte di follia”. Dovevo essere a Roma al Ciak, poi una piccola tournée, tutto il mese di aprile dovevamo approdare a Milano al Martinitt. Sono partiti d’emblée due e passa mesi di lavoro pieno. Dovevo essere impegnata fino ai primi di maggio. Vedremo se e come riusciremo a recuperare qualcosa».

IL TEATRO NON MORIRÀ MAI

Il teatro. Duemila e cinquecento anni di vita. Per non parlare di rituali primitivi che diventavano vere e proprie rappresentazioni presenti nel quotidiano di molte culture, come in quella degli eschimesi che rappresentavano un dramma per la fine della notte polare, con tanto di narratore, attori e coro, totalmente femminile.
Il teatro è qualcosa di unico, in cui serve un attore e uno spettatore: il teatro si regge sulla relazione che li lega, la relazione teatrale. Entrambi hanno una funzione primaria necessaria all’esistenza del fatto teatrale: l’attore è un corpo in movimento in uno spazio, lo spettatore partecipa all’avvenimento, condizionandone l’andamento e decodificandone l’espressività.

Una forma di comunicazione per eccellenza, in cui il feedback è alla base di tutto.
«Il feedback è immediato. Per questo mi sono innamorata del teatro. La misura di suspense, tensione, risate, costruisce una sorta di cordone ombelicale con il pubblico, restituendo emozioni alle emozioni».

Il teatro vive. Il Covid 19 non potrà fermarlo. Ne è convinta Debora Caprioglio.
«Nella provincia i teatri sono tutti pieni, più delle sale cinematografiche. L’artista dal vivo puoi vederlo solo al teatro. È stata la prima forma d’arte a nascere e sarà l’ultima a morire: è sopravvissuto nei secoli, nei millenni. Perché non dovrebbe essere la stessa cosa adesso?».

LA GABBIA DELLA PAURA

La paura si placa per un po’, parlando di teatro. Ma rimane. Anche ora che si sta entrando in un regime di maggiore apertura.
«Ancora oggi sono molto guardinga. Sono più cosciente, ma continuo ad avere molta paura. I numeri sono sempre più confortanti, ma fino a quando non avremo il vaccino non staremo tranquilli».

Eppure Debora è serena. La paura non le impedisce di essere positiva, di pensare ad un futuro roseo. «Di natura sono un’inguaribile ottimista: ci sarà un ritorno del bello, ma è stata una bella botta».
Parlarne, ora che sembra di poter allentare la presa, è catartico. «Una gabbia, quella di questi due mesi. Sono stata a casa. Sto a casa con mia mamma che ha 89 anni, devo stare molto attenta. Non potevo correre alcun rischio. Ho approfittato per studiare e leggere. Sto studiando un monologo da Il piacere di D’Annunzio – la parte di Elena, che non è proprio facilissimo. Ho lavorato in prospettiva, ho molto pulito casa. Mi sono riletta la Fedra, che era un progetto dell’estate – vediamo se andrà in porto».

Il futuro. Viene sempre fuori. «Il futuro nostro è totalmente incerto. Aspetto di vedere quello che succederà. E intanto mi tengo pronta».

Assieme al futuro la gabbia: per quanto rimarrà l’unico rifugio possibile? Mamma Augusta da proteggere dal virus, il chihuahua Rocco che le ha permesso, anche nei tempi di chiusura totale, di fare una passeggiata breve intorno a piazza Navona, vicino casa. Un attimo di respiro. Anche se Roma era vuota le restituiva una bellezza struggente, che per qualche istante le faceva dimenticare l’incubo. Poi tornava a casa. E la gabbia ricominciava ad essere evidente.
«Questo bombardamento continuo mi ha logorata: mamma aveva la tv accesa accaventiquattro. Facevo un check ogni mattina: febbre non ne ho. Respiro, niente tosse. E via così, giorno dopo giorno. Pensando a chi non era fortunato come me. Come noi».

DOBBIAMO IMPARARE A NUOTARE

Ed ora? Ora via la paura e avanti, fuori dalla gabbia?

«Quello che mi fa più paura in assoluto è il senso di impotenza, il dipendere da altro che non possiamo controllare. Dalla ricerca, innanzitutto. Poi dalla classe politica, perché il nostro futuro e il nostro destino appartengono alle decisioni di altre persone. La diminuzione di libertà, fino ad arrivare alla paura dell’ignoto: non sappiamo cosa succederà, non conosciamo il nostro nemico. Sappiamo che c’è, che è pericoloso. Ma non sappiamo altro. Dobbiamo solo aspettare. E sperare».

E intanto ricominciare a uscire, ricominciare a vivere.
C’è chi dice che aspetterà ancora, chi invece insegue la normalità.
«La gente ha voglia di uscire, di riprendere ossigeno: è come tornare in superficie dopo essere stati a lungo sul fondo del mare. Si torna a galla e si ha voglia di goderselo. Ma dobbiamo imparare a nuotare senza far affondare chi sta cercando di galleggiare come noi, in questo nuovo mare».

Paola Bottero

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