Covid 19: Mimmo Gangemi e l’anima perduta del Sud

Lo scrittore su Mezzogiorno e sulla sua Calabria: chiudono le porte ai meridionali che chiedono di rientrare, annullando i valori di solidarietà e accoglienza lasciati in eredità dalla Magna Grecia


Mentre intervisto Mimmo Gangemi gli italiani sono protesi sulla ripartenza, sulle riaperture annunciate dal 18 maggio, sulle vacanze possibili, sulle analisi sierologiche e i tamponi per tutti. È già passata la notizia dell’ordinanza “riapri-bar” in Calabria, che ha girato in tutte le Tv e in tutte le salse prima di essere stata stroncata dal Tar di Catanzaro. Ovviamente Gangemi, da calabrese (come me), immagina che dovremo parlare anche di questo, delle crociate per la libertà della Regione Calabria contro gli oppressori governativi che vogliono chiudere tutto e tutti (se per caso tra i lettori c’è qualche hater voglio precisare che la frase precedente è ironica, ndr). Per quei pochi che non lo sapessero, ricordiamo anche che Gangemi è uno degli scrittori calabresi più conosciuti in Italia e all’estero, autore di opere quali Il giudice meschino (Einaudi 2009), La signora di Ellis Island (Einaudi 2011), Il patto del giudice (Garzanti 2013), Un acre odore di aglio (Bompiani 2015), La verità del giudice meschino (Garzanti 2015), Marzo per gli agnelli (Piemme 2019).

le parole in tv e la sostanza dei fatti

Gangemi, tante apparizioni in Tv per la Calabria. Prima della bocciatura del Tar. Ma si poteva fare di più, in Calabria e nel Sud? Cose pratiche, tipo acquisto di mascherine e respiratori, ampliamento di reparti ospedalieri?

Credo che la Calabria sia stata uno strumento per ostacolare il Governo. Una sorta di “cavia”. E questo è ancora più grave a fronte di una situazione sanitaria che non è granché migliorata rispetto alla partenza del Covid 19. È vero che sono stati ampliati i posti di terapia intensiva, ma è altrettanto vero che non ci sono tutti i ventilatori e che non c’è un impegno fattivo per acquistarli. Stesso discorso per i dispositivi di protezione. Gli ospedali sono stati forniti, ma le farmacie ne restano sprovviste, sugli stessi tamponi non c’è granché efficienza visto anche che, per i risultati, abbiamo dovuto chiedere il soccorso di altre regioni e visto che saltano i controlli a parecchi di quelli che, giustamente, rientrano nei luoghi di residenza (molti giunti con gli autobus sono passati “indenni”). C’è tanto blaterare, ma alla sovraesposizione televisiva non corrisponde un impegno concreto sul territorio. Tante chiacchiere e scarsa sostanza. Per fortuna siamo stati risparmiati dal Covid 19. Se avessimo avuto l’intensità registrata in altre regioni, il virus ci avrebbe distrutto. In Calabria non abbiamo le giuste strutture ospedaliere e non abbiamo neanche la giusta organizzazione perché le competenze, che pure ci sono, possano esprimersi. Abbiamo esportato eccellenze in tutta Italia e in tutto il mondo, ma la politica calabrese non ha saputo organizzarsi per tempo e prepararsi all’emergenza. Non basta allestire le stanze di degenza per il Coronavirus: se mancano ventilatori polmonari, significa mettere in piedi una terapia intensiva “fantasma”, del tutto inutile.

dal piagnisteo all’esaltazione

Una parte dei meridionali e anche dei calabresi è passata dal piagnisteo, dal “ci hanno abbandonati, se arriva il Covid siamo finiti”, ad uno stato di esaltazione del tipo “siamo stati bravissimi, abbiamo fermato il virus”. E via dicendo.

È tipico di noi meridionali – ma qui mi fermo ai calabresi che conosco meglio – passare dal piagnisteo all’euforia e all’autocompiacimento. In realtà siamo stati molto fortunati. O forse molto aiutati dal clima o dal fatto di non avere le polveri sottili. Però meriti particolari dell’organizzazione politica e della struttura messa su non ne vedo. Ricordo che ancora oggi, a distanza di due mesi dallo scoppio dell’emergenza, non abbiamo dove approvvigionarci di mascherine o di guanti, non c’è l’operatività dei posti aggiunti ospedalieri. Eppure quando iniziò l’allarme, per la mia esperienza professionale nelle aziende sanitarie, proposi con una lettera aperta al governo regionale di rendere disponibili alcuni reparti mai utilizzati (e utilizzabili in parte anche come terapia intensiva). In più suggerivo l’utilizzo di reparti modello – fatti a regola d’arte – già esistenti e che potevano essere utilizzati come sub-intensivi. Non sono stato ascoltato, non si è fatto niente. Dove è mancato l’intervento umano c’è stata – grazie a Dio – la benevolenza del Cielo. Se il Coronavirus fosse arrivato con la furia di altri territori, oggi parleremmo di “funerale” della Calabria.

dove sono i valori della fratellanza?

Cateno De Luca mentre blocca le auto che sbarcano a Messina

Amiamo ricordare che la Magna Grecia ci ha trasmesso antichi valori, la cultura millenaria, l’amore per la nostra terra, la cultura dell’accoglienza e della solidarietà. Sappiamo – o forse ci illudiamo – che questi valori vivono, resistono al Sud e ciò rende più forti le battaglie contro gli stereotipi che bollano gran parte dei meridionali come mafiosi e fannulloni. Eppure sono ancora vivide le immagini della fase più critica dell’epidemia: i siciliani bloccati a Villa San Giovanni, l’osannato Cateno De Luca che blinda Messina in diretta Facebook, la Regione Calabria che, invece di organizzare un rientro in sicurezza dei calabresi, chiude le porte. Dov’è finita l’anima del Sud?

In realtà ci siamo guardati allo specchio e lo specchio ci ha restituito un’immagine diversa da quella a cui eravamo abituati. Personalmente ho sempre contrapposto all’idea dell’efficienza del Nord e di una qualità della vita apparentemente superiore, il senso della famiglia, la solidarietà e l’accoglienza presenti nel Sud. Ho sempre contrapposto i valori umani che da noi resistono – ritenevo – e che altrove sono in via di estinzione. Ora, guardandomi allo specchio, devo ricredermi. Di fronte alla necessità di accogliere i nostri figli rimasti bloccati lontano si è levato un urlo rumorosissimo, da parte di troppi. Si pretendeva di impedire il rientro legittimo di gente che era rimasta bloccata e che, peraltro, si era comportata senza furbizie. I furbi – quelli che si erano avventurati nelle ore precedenti al Dpcm – erano passati ormai in gloria. Chi si è comportato correttamente è stato spesso costretto a restare nei pochi metri disponibili di una stanza in affitto con il divieto di rientrare. Per questo credo che la Magna Grecia di cui ci riempiamo la bocca – con la sua accoglienza e la sua solidarietà – sia stata in parte cancellata dalle posizioni di nuove orde rigide e ciniche e delle istituzioni. Gioacchino Criaco ha sollevato il problema, io l’ho affiancato così come ha fatto tanta gente che riconosceva allora – e riconosce oggi – il diritto per i figli della Calabria e della Sicilia di rientrare a casa, seppur con tutti gli accorgimenti necessari (tamponi e altro) per garantire la piena sicurezza. Sarebbe stata civiltà, invece questo irrigidimento mi ha fatto riflettere. Ho assistito a un doloroso “dagli all’untore”. Non me lo aspettavo dalla mia terra. Meno male che tanti calabresi e siciliani la pensano diversamente.

chi si rimbocca le maniche e chi aspetta

L’emergenza Coronavirus ha messo in luce la forza dei tanti meridionali che si sono rimboccati le maniche e hanno cominciato a reagire, ma ha fatto riemergere anche caratteristiche meno esaltanti. Il motivetto “ci hanno abbandonati” l’hanno cantato anche alcune istituzioni locali che, invece, avevano il dovere di agire. Francamente a me non piace questo pezzo di Sud per cui sono sempre gli altri a dover fare, per cui è sempre colpa degli altri se succede qualcosa, per cui bisogna aspettare che qualcuno risolva i problemi per noi. Credo che il Sud sia altro, il punto è capire se riuscirà a imporsi.

Il “ci hanno abbandonati” non è solo la normale espressione vittimistica del cittadino qualsiasi: è stato anche un modo di comunicare di una parte delle istituzioni e della politica. Invece di rimboccarsi le maniche come hanno fatto Zaia in Veneto, Bonaccini in Emilia, De Luca in Campania o Emiliano in Puglia, tanto per fare degli esempi concreti, in altri contesti si è ripetuto il solito e insopportabile piagnisteo. Il popolo e la politica devono capire che il tempo del piangersi addosso è finito. È il momento di attivarsi e darsi da fare per risolvere i problemi, senza aspettare che ce li risolvano gli altri. Purtroppo è anche colpa di noi cittadini: in alcune aree esprimiamo rappresentanti che non solo non producono nulla di concreto, ma a volte tirano fuori – come è successo di fronte a una contestazione legittima – grandi volgarità. Battiamoci il pugno sul petto e assumiamoci le nostre responsabilità. L’importante è esprimere persone che abbiano a cuore la nostra terra e che abbiano le capacità per attivarsi, non vogliamo più essere rappresentati dai soliti piagnoni che aspettano le soluzioni calate dall’alto.

la cultura motore di sviluppo? magari fosse così

Si dice che la cultura, con il turismo, può essere il motore del Sud, ma sappiamo che finora in alcune regioni questo concetto è stato spesso utilizzato per sperperare denaro in manifestazioni ed eventi inutili, in sagre fuori contesto, in clientele. Con la scusa della cultura, la politica ha spesso dato il peggio di se stessa, anche con la collaborazione di organizzatori improvvisati e sedicenti intellettuali. È questa l’occasione per ripensare il tutto, visto che dopo l’epidemia nulla potrà essere più come prima?

Sono d’accordo, ma sono pessimista. Però, prima di approfondire il mio punto di vista, voglio ricordare che per ottenere risultati veri bisogna ripensare il tutto, smettere di cullarsi su ciò che abbiamo ereditato. La bellezza, l’immenso patrimonio paesaggistico e culturale ci sono piovuti dal cielo: non possiamo rivendicare grandi meriti. Ce ne vantiamo, sì, ma spesso non li sappiamo utilizzare. Eppure ora avremmo la possibilità di operare una svolta. Addirittura l’idea che circolava i primi tempi dell’emergenza Coronavirus è che, una volta usciti, l’esperienza ci avrebbe reso migliori e in grado di porre le basi per costruire in un modo diverso e migliore la nostra società. Immaginavamo per il Sud a una società in cui la cultura potesse essere da motore della rinascita.

Purtroppo – e vengo alle ragioni del mio pessimismo – ho l’impressione che non sarà così, che non riusciremo a utilizzare questa esperienza come sprone per raggiungere un livello superiore di civiltà. Ho l’impressione che saremo quelli di sempre e che, purtroppo, la Calabria continuerà a essere ultima in tutte le classifiche. Perché non abbiamo nei posti giusti le teste pensanti che sappiano programmare un futuro dignitoso, sviluppare il turismo, la cultura e il patrimonio storico. Spero di sbagliarmi. Spero che si riparta meglio di prima e che anche questi nuovi politici riescano a cogliere l’occasione per costruire un grande progetto che riguardi il Sud e, con riferimento alla mia Calabria, che riesca a dare un senso alla bellezza che il Padreterno ci ha regalato. Temo però che, dopo aver toccato il fondo, si continui a scavare nella terra, per andare ancora più in profondità. Non c’è mai fine al peggio. Ma spero vivamente di essere in errore.

in arrivo una nuova saga

Programmi personali?

Ad aprile doveva uscire un mio romanzo edito da Piemme. Forse il mio romanzo meglio riuscito, perché è il “rovescio” della Signora di Ellis Island. Parla di italiani che restano in America. È anche questa una saga familiare: parto dai primi del ‘900 e arriva ai giorni nostri. Abbiamo rinviato l’uscita – come tutti, per ovvi motivi – e ci siamo orientati per gennaio che, ci auguriamo, sia un tempo senza i drammi di adesso.

Alessandro Russo

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