Vacanze ai tempi del Covid: la sfida della neo presidente di Federturismo

Ritardi pesanti in vista dell’estate. Marina Lalli indica le vie d’uscita per salvare l’economia e le ferie degli italiani


Se ne è incominciato a parlare con l’inizio della quarantena: il sole prometteva già a inizio marzo una grande estate, era necessario sognare le vacanze per rendere meno duro l’isolamento e superare, almeno psicologicamente, i ponti che sarebbero saltati, a partire da Pasqua. 
Ne abbiamo sentite “di ogni”: dalla tintarella con mascherina chirurgica ai box in plexiglas sulle spiagge. Sono passati due mesi e siamo ancora qui a parlarne, con un grande punto interrogativo intanto sulle nostre vacanze. E poi sul futuro del turismo in Italia. Il Coronavirus ha paralizzato l’intera filiera turistica, che genera circa il 13% del Pil italiano, il 15% dell’occupazione e 17 miliardi di euro di contributo al saldo attivo della bilancia commerciale. Tanto per dare qualche numero.

I dati Istat hanno confermato: nei primi mesi del 2020 si sono persi 81 milioni di presenze, 10 miliardi di euro di spesa mancata per l’impatto Covid 19. Una chimera i turisti stranieri, che nel 2019 hanno superato i 216 milioni di notti trascorse in Italia.

ELETTA PRESIDENTE DI FEDERTURISMO IN PIENA EMERGENZA COVID

A proposito di numeri. Ha sbancato, con un’elezione all’unanimità, la neo presidente nazionale per Federturismo Confindustria, Marina Lalli. Un mandato quadriennale, per una donna – pugliese – alla guida della federazione nazionale che rappresenta l’intera filiera produttiva dell’industria del turismo. Federturismo gestisce e negozia il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro per i dipendenti delle aziende dell’industria turistica e, dall’inizio dell’isolamento, dialoga con il governo nazionale e quello europeo per cercare di limitare i danni.
La nomina a presidente – prima Marina Lalli era vicepresidente vicario – è arrivata via connessione video, proprio come i David di Donatello e tutto ciò che ha resistito al Covid 19. Una nomina importante, in un momento storico difficile da governare. 

«La situazione è tale da essere tornati indietro di 60 anni nel turismo: eravamo abituati a crescite in percentuali altissime, su tutti i settori e su tutte le categorie del turismo. Invece abbiamo subito una battuta di arresto. Per uscire da questo vicolo cieco ci metteremo diversi anni».

Anni in cui Marina Lalli dovrà affrontare una sfida decisiva per salvare il turismo italiano. O quel che ne rimane. 
«Mi piacciono le sfide, ma in questo momento ne avrei preferita una un po’ meno impegnativa. Mi ha fatto molto piacere l’affetto e la stima dei colleghi in questo momento: sono comunque contenta di potermi impegnare per intraprendere una strada che, per quanto in salita, dobbiamo comunque iniziare a percorrere». 

VACANZE: CON QUALI REGOLE?

Mentre si attendono i dettagli del “decreto 55 miliardi”, che secondo il ministro dei Beni Culturali e del Turismo Dario Franceschini conterrà aiuti economici anche per le imprese del settore turistico, oltre a un “bonus vacanze” per i cittadini, pare certo che le vacanze si potranno fare. Dove e come rimane ancora nell’alveo delle ipotesi.

La stagione estiva non è persa per noi cittadini, ma potrebbe esserlo per chi opera nella filiera. 
«In questi giorni la situazione dell’estate sembra irrimediabile più che per il problema del virus, che è certamente un grande problema, per il fatto che continuiamo ad essere nella totale assenza di regole per la ripartenza. Nel momento in cui le aziende non sono in grado di stimare quali possono essere le modalità con i relativi costi – e soprattutto le responsabilità – per la riapertura, diventa davvero difficile pensare di poterlo fare. 

«Noi oggi non abbiamo ancora capito che cosa dobbiamo fare per riaprire e soprattutto di chi sono le responsabilità. Sentiamo decisioni veramente fantasiose del nostro Stato che decide che il Covid 19 diventa un infortunio sul lavoro. Ed è una pazzia: come si fa a dire che è qualcosa che è avvenuto sul lavoro? Che dire invece del contrario, cioè che magari un dipendente assuma un comportamento poco attento e porti il Covid in azienda? Potremmo anche pensarla al contrario.
«Se non siamo in grado di capire costi e responsabilità, comunque, non siamo in grado di capire se c’è un margine per la riapertura oppure no».

LA FRAMMENTAZIONE DI OFFERTE

Abbiamo 7.500 chilometri di coste, beni culturali immensi, terme, montagna, campagna. Ogni regione cerca di attrezzarsi. Intanto ne dà ampia comunicazione. 
In Toscana sono state istituite task force e Team di Crisis Management. Le Marche rilanciano le aree verdi, distanziamento sociale naturale. L’Umbria sta cercando di anticipare tutti con un “piano acchiappaturisti”. In Veneto l’Isola di Albarella si è candidata come azienda sperimentale per il piano di ripartenza promosso dalla Regione, con un Covid Manager, accessi limitati, spazi fino a 40 mq per ombrellone, sanificazione di spiaggia, lettini e camminamenti. Che succederà al Sud? Emiliano parlava di tamponi per l’accesso ai Lidi della Puglia. Santelli in Calabria ha già dato l’ok per l’apertura di bar e ristoranti. In Campania, almeno per ora, è tutto super fermo, sotto il controllo dei “bazooka” di De Luca. Sicilia e Sardegna attendono le regole per partire.

SERVONO REGOLE UNICHE

Questa continua frammentazione porterà risultati o è tutto campato in aria?
«È campato in aria, intanto, procedere con diverse regolamentazioni. Dobbiamo pensare di poter riaprire con regole europee, o quantomeno italiane: non ci può portare da nessuna parte il fatto che ogni regione faccia le sue regole. L’unica differenza a livello regionale può essere quella che si possa ripartire prima nelle regioni dove il virus sembra aver avuto un percorso molto più blando. Così come è giusto che le regioni più colpite abbiano un sostegno più forte, è anche giusto che le regioni meno colpite possano pensare di tornare a lavorare prima. Però le regole per la riapertura devono essere uguali: non è pensabile che in una regione si vada con tre guanti e due mascherine ed in un’altra invece si faccia tutto senza. Il distanziamento deve essere lo stesso, il virus non fa differenza di confini. 

«Per riaprire dobbiamo sapere tutti come lo dobbiamo fare. In questo Federturismo si è fatta parte attiva: abbiamo bisogno di dare alle aziende una risposta certa. Abbiamo attivato dei tavoli per darci regole di riferimento che possano essere uguali per tutte le aziende di ogni singola categoria del turismo afferente a Federturismo. In questi tavoli, laddove necessario, ci incontriamo anche con Inail e con l’Istituto Superiore di Sanità, proprio per tirar fuori dei protocolli condivisi che speriamo possano essere accettati anche dalla commissione Colao, e quindi e diventare il punto di riferimento per l’apertura delle aziende in Italia».

IL GRAN DISORDINE DELLA RIFORMA DEL TITOLO V

Uniti si vince, ha detto più di qualcuno. Ma la frammentazione, la divergenza di vedute e modi sembra essere l’unico dato certo da quando è iniziata la pandemia. E non solo a livello nazionale.

«Nel turismo siamo abituati a questa frammentazione. Quando ci fu la riforma del titolo V della Costituzione, che ha dato alle Regioni la competenza in materia turistica, già si creò il gran disordine: le Regioni sono andate a promuoversi nel mondo in modo del tutto inefficace e dividendo per venti la forza che una volta era di uno, della nazione Italia. Siamo già abituati a vedere questo procedere diverso. 

«Oggi questa situazione sta incidendo su tutto, non solo sul turismo: incide su tutta la ripartenza e questo ci fa molto male. Le aziende manifatturiere, che già stanno in grande difficoltà, e il settore del commercio hanno possibilità di riaprire in tempi più ridotti. Le aziende del turismo, invece, nel momento in cui ci viene detto che possiamo riaprire e ci vengono dette anche le regole per riaprire, hanno bisogno di più tempo. Non è immediato rimettere in piedi le nostre aziende per essere in grado di riaccogliere i turisti». 

E per la frammentazione continua, anche e soprattutto nella comunicazione, in cui ciascuno ­ Regioni, Comuni e strutture – cerca di portare a sé quel poco che rimane del turismo? Non rischia di diventare una guerra tra poveri?
«In questa fase di crisi così strutturale l’unico modo per uscirne sia quello della solidarietà: se ci mettiamo a fare la guerra tra di noi facciamo il gioco di qualche altra nazione e perdiamo tutti. Ognuno deve mettere in evidenza le proprie peculiarità in modo da permettere a ciascun turista, presumibilmente italiano, di poter fare una scelta che sia compatibile con le proprie necessità di tasca, di spostamento, di gusti. La cosa peggiore sarebbe mettersi a fare la guerra una regione contro l’altra perché non avrebbe proprio alcun senso».

I LIDI DEVONO ESSERE MONTATI PER IL 15 MAGGIO

Tempi lunghi. Quelli che richiedono anche un mese per attrezzare le spiagge. E in effetti, a pensarci, nel ponte del primo maggio siamo tutti abituati a vedere le spiagge pronte, o quasi, per la stagione estiva. 

«Provo a immaginare un lido, al tempo che ci vuole per essere montato. Ci viene imposto di smontare i lidi, così ogni anno dobbiamo rimontarli. Un po’ tutte le concessioni demaniali dicono che i lidi devono essere montati entro il 15 di maggio. Ad oggi non abbiamo ancora avuto una deroga: è capace che il 16 maggio saremo anche passibili di multa. Eppure cosa possiamo mai montare, se non sappiamo se possiamo utilizzare la nostra spiaggia? È pazzesco pensare che siamo ancora in questa fase di incertezza normativa quando abbiamo bisogno, invece, di risposte certe».

IL GOVERNO HA TARTASSATO I BALNEARI

«Il governo negli ultimi anni ha molto tartassato i balneari, tanto che non sono mai riusciti a far comprendere che c’era stato un errore nell’applicazione della direttiva Bolkeinstein, che parlava di servizi e invece è stata applicata alle spiagge, ai porti turistici, ai campeggi, che parlano invece di beni. Si è ancora oggi in lotta sull’applicazione della Bolkeinstein. Si è cercato di ribaltare la scadenza e portarla al 2033, visto che altrimenti in questi giorni era impossibile operare». 

Recepita dal Governo italiano nel 2010, la direttiva che riguarda il libero mercato dei servizi – prende nome dall’ex commissario olandese Frits Bolkestein – era nata per semplificare le procedure amministrative e burocratiche per evitare le discriminazioni basate sulla nazionalità. Semplificando: un venditore ambulantespagnolo (francese, rumeno, tedesco etc) che vuole trasferirsi temporaneamente in Italia deve avere gli stessi diritti di un venditore ambulante italiano che presta i suoi servizi a casa sua. E viceversa. Libera circolazione di servizi. Che nulla hanno a che fare con i beni, a meno che non si voglia estendere la normativa ai venditori ambulanti sulle spiagge. Ma il “Cocco bello dell’amore” non era tra gli obiettivi di Bolkestein.
La battaglia per limitare la normativa della direttiva – come succede ad esempio in Spagna, dove è chiara la differenza tra beni e servizi – è in corso da allora. Con un nulla di fatto. Diventa difficile pensare che i balneari possano essere in grado di vincere una battaglia come quella di ottenere in concessione uno spazio maggiore per poter dare una risposta al bisogno di distanziamento.

«Pensare che dopo anni di battaglia, dalla direttiva Bolkeinstein in poi, oggi i baneari riescano a farsi sentire su un problema tipo quello di allargare gli spazi mi sembra difficile. Ancor più in queste poche settimane che ci separano dal momento clou della vita della spiaggia».

L’IMPORTANZA DELL’ATTIVITÀ DEI BALNEARI 

«Credo invece che da questa storia venga fuori quanto sia importante l’attività di tutti i balneari: agli italiani come agli stranieri piace andare in spiaggia, e le spiagge possono essere ben godute perché c’è qualcuno che se ne prende cura e carico. Altrimenti sarebbero tutte abbandonate a loro stesse, come spesso siamo abituati a vedere a riguardo delle aree verdi dei nostri paesi e delle nostre città, che non vengono tenute bene dall’amministrazione pubblica. Le spiagge farebbero la stessa fine. Sarebbe il caso di dare una dignità maggiore a tutti coloro che hanno la concessione di una spiaggia, e permettere loro di svolgere il loro lavoro nel migliore dei modi».

IL CORRIDOIO MARITTIMO ANTI COVID TRICOLORE

Le immagini delle spiagge in box di plexiglass tornano con costanza. Finirà davvero così, quest’estate? 

«Nel farci male da soli siamo sempre stati molto bravi: quella è diventata un’immagine con la quale in Europa si sono anche avvantaggiati. Dicendo in Italia ci vogliono far andare così hanno orientato verso altre mete i pochi turisti stranieri magari ancora intenzionati a venire sulle nostre spiagge quest’estate».

Angela Merkel

A leggere le notizie d’oltralpe i pochi intenzionati hanno già un corridoio bello pronto, costruito dalla Merkel per escludere il nostro Belpaese. È il corridoio marittimo mitteleuropeo, per portare i loro turisti al mare in sicurezza, escludendo l’Adriatico italiano. Ci stanno lavorando Germania, Austria, Repubblica Ceca, Slovenia e Croazia: Repubblica Ceca, Croazia, Slovenia e Ungheria hanno avuto un numero di casi di Covid-19 notevolmente inferiore a Spagna, Italia e Francia. Pare sufficiente per alzare i muri. 

«Notizia data, poi smentita, poi ridata. Non ho capito perfettamente a che punto sia questa storia specifica: abbiamo messo in moto l’Enit, che si è posta come obiettivo di non dare voci specifiche al corridoio, ma di affiancare le richieste delle aziende per avere una regolamentazione europea unica. Avendo una ripartenza uguale per tutti, avendo regole uguali per il cittadino tedesco e quello italiano, ad esempio. La Ue dovrà decidere se optare per un patentino di immunità, un test sierologico, che ora sembra essere un po’ più affidabile di quanto non fosse in partenza: dovrà trovare, insomma, un metodo per decidere chi e come ci si può muovere».

ALBERGHI A PROVA DI VIRUS E BATTERI

Tornando ai turisti italiani, si parla sempre più spesso di turismo di prossimità. E di riscoperte. Come quella del camper. Com’è l’orientamento?

«C’è la volontà di fare una vacanza diversa. Va però capito che la vacanza tradizionale in una struttura ricettiva come un albergo è comunque una vacanza ben controllata: gli alberghi sono abituati a una sanificazione a prescindere dal Covid. Ogni lenzuolo, ogni biancheria di albergo viene lavato in modo tale da uccidere qualunque virus e qualsiasi batterio: è qualcosa cui l’albergo è da sempre attento, così come tante altre strutture del turismo sono da sempre attenti a igienizzazione e sanificazione. 

«È più che altro una situazione psicologica, quella di ricorrere a mezzi propri: l’esigenza di trovarsi in un posto meno aperto, meno popolato di quanto non fosse negli anni precedenti. Le mete non troppo frequentate potrebbero essere più cercate in questi prossimi mesi».

L’AUGURIO PER L’ESTATE: LAVORARE

Come passerà le vacanze il neo presidente di Federturismo?
Marina Lalli, esperienze professionali in Usa e in Svizzera, è anche amministratore unico della struttura termale e balneare le Terme di Margherita di Savoia, un mare di cristalli – le Saline sono tra le più estese d’Italia – sulla costa adriatica pugliese, riserva naturale dal 1977, più volte Bandiera Blu. Si dovrà dividere tra l’incarico in seno a Confindustria, la sua struttura ricettiva e il relax estivo.

«Quest’estate mi auguro di lavorare tanto. Se la situazione che si andrà configurando e i turisti ce lo permetteranno, è l’unico augurio che mi viene da fare. A tutti».

Paola Bottero

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