Rosella Postorino: «Ho più paura di vivere così»

Gli abbracci, la vita e la morte secondo Rosella Postorino: «Trovo assurdo che la stessa sorte – marcire – tocchi al ragno e alla formica come a Michelangelo o a Mozart»


«Mi prometti che io e te continueremo ad abbracciarci?».
È chiusa in questa frase l’essenza del “dopo quarantena”. Ce lo siamo domandati spesso, durante la lunga “fase 1”: come saranno i contatti con le persone care? Riusciremo a riappropriarci della fisicità che ci è stata tolta per decreto? Soprattutto, avremo la mascherina addosso anche quando ce la toglieremo?
Il dopo che sta per iniziare è ancora più spaventoso di ciò che abbiamo affrontato finora. La paura mangia tutto, in questa sospensione spazio-temporale.

Le suggestioni letterarie sono iniziate con il primo giorno di isolamento. Forse anche prima, guardando le immagini che arrivavano da Wuhan e andando a cercare nei ricordi, personali e storici, da Hiv e Sars fino alla spagnola del 1918, così simile alla pandemia che ha portato con sé “l’assenza di vita” di cui ha scritto Almodòvar nei suoi diari dalla quarantena.
Dalla paura per la vita alla paura per la mancanza di vita. O di ciò che le dà un senso. «Mi prometti che io e te continueremo ad abbracciarci?».

CONTINUEREMO AD ABBRACCIARCI?

Rosella Postorino, scrittrice che si è portata a casa molti premi letterari, tra cui il Campiello 2018 con Le assaggiatrici [bestseller tradotto in 32 lingue, oltre mezzo milione di copie vendute in 46 Paesi, presto film internazionale diretto da Cristina Comencini], ha ricevuto la domanda da una cara amica.

«Lei è un’abbracciona, come me. Se quando ci incontreremo di nuovo non la abbraccerò, la mortificherò? Ma non abbracciarla è un modo per proteggerla, anche se sembra paradossale. È come se il virus avesse ridefinito da capo le nostre relazioni, anche con le persone che conosciamo molto intimamente. Non sappiamo più fino a che punto possiamo spingerci. Il contatto umano è, molto più di prima, un rischio».
Rischio per la reazione che può suscitare l’abbraccio, soprattutto quando contravviene alle regole. Come quella volta che aveva abbracciato una persona che non conosceva alla fine della presentazione di un suo libro. Lui si era avvicinato e le aveva raccontato emozioni personali suscitate dalla lettura del romanzo, lei lo aveva abbracciato.

«Mi piace l’idea di sfondare una regola prossemica: nel momento in cui abbracci una persona, soprattutto se sconosciuta, ti prendi un rischio molto grande (lui o lei può irrigidirsi, fraintendere, sentirsi violato/a nei suoi spazi). Ma in quel caso la volontà di restituire qualcosa a qualcuno che mi aveva dato un pezzo di sé era stata più forte».
Era stato uno scambio di emozioni importante: durante la quarantena lui le ha scritto ricordandole l’evento, dicendole scherzosamente di tenere duro, ora che gli abbracci erano vietati.

LA PAURA E IL CORAGGIO

Tiene duro, Rosella. Conosce la paura. «Un giorno, leggendo la frase di Marguerite Duras “la vergogna ricopre tutta la mia vita”, ho pensato che avrei potuto dire la stessa cosa di me, ma sostituendo la parola vergogna con la parola paura».
Ma ha coraggio. Quello che nasce dalla paura. È molto coraggiosa, Rosella. Lo raccontano la sua storia, le sue scelte. Lo racconta ciò che fa e ciò che è.

Da due mesi svolge il suo lavoro di editor da casa. «Per me che vivo a cinque minuti a piedi dal lavoro – in calabrese si dice “casa e putìa” – è molto strano passare davanti alla casa editrice e non poter salire».
Fare l’editor richiede letture e conversazioni telefoniche. Si può fare ovunque. Confrontarsi con i colleghi al telefono è però meno divertente. «Vengono meno quelle dinamiche relazionali che rendono bello andare in ufficio: scherzare, prendersi in giro, starsi vicini. Le persone con cui lavori diventano parte della tua quotidianità. La smaterializzazione dei rapporti, il non poter toccare le persone, ma al massimo uno schermo, mi disturba, è come se il reale fosse un po’ meno reale».
Ma non per questo meno necessario. Parla con le amiche dalla finestra. Le lasciano dolci in ascensore. «Quarantena rigorosissima: anche se la limitazione della libertà mi spaventa, mi sono attenuta ai diktat. E anche adesso che potrei, siccome lavoro molto, esco poco».

MOZART E MICHELANGELO NON POSSONO AVERE LA STESSA SORTE DI UNA FORMICA

«Ho paura, come tutti, della morte: della morte altrui più che della mia. È la paura della perdita, accompagnata da una costante indignazione verso la natura, o verso Dio, verso ciò che ha deciso la fragilità degli esseri umani. Non riesco ad accettare che gli esseri umani siano niente, parte di un sistema che continuamente nasce, muore, si rigenera, senza tener conto di loro, trovo assurdo che la stessa sorte – marcire – tocchi al ragno e alla formica come a Michelangelo o a Mozart. A cosa serve essere un genio se poi fai la stessa fine di un insetto? È solo più doloroso, perché ne hai coscienza, la formica no. La mia è una forma di arroganza antropocentrica, lo so».

SCELGO LA VITA, NON LA SOPRAVVIVENZA

«Ho paura del virus, certo, ma ho anche paura di vivere come stiamo vivendo, una vita mutilata, in cui sei privato degli affetti, in cui è vietato tutto ciò che è bellezza, dal cinema al teatro, dai viaggi alla possibilità dell’incontro con gli altri, fino alla progettualità come forma di desiderio. Ecco, prolungata oltre un certo tempo, non so se questa vita sia preferibile alla morte. Perché è solo sopravvivenza, pura vita biologica. A cosa serve sopravvivere se non puoi vivere?

«La cosa che più mi colpisce è lo spegnersi del desiderio che leggo nelle dichiarazioni degli altri. Quando la gente dice “potrei stare in quarantena per sempre”, oppure “ho troppa paura di uscire”. E soprattutto mi ha spaventato la velocità con cui l’altro è diventato minaccia, ostacolo, capro espiatorio, da additare e da odiare. È l’istinto di sopravvivenza che scatena terrore e chiusura egoistica e che, come racconto ne Le assaggiatrici, è una risorsa ma anche una condanna. Che gli esseri umani siano mortali ma dotati di un fortissimo istinto di sopravvivenza, a ogni costo, è per me la causa prima della compromissione con il male».

I VALORI? QUELLI CHE TI RENDONO FELICE

Si fa un gran parlare di quello che succederà dopo. Del fatto che questa situazione ha tirato fuori il meglio di noi, perché abbiamo avuto la possibilità di metterci di fronte a noi stessi.
Rosella Postorino non è d’accordo: «Perché dovrebbe essere un valore?». Analisi e scrittura, che segnano il suo percorso di ricerca, non sono la meta. Sono uno strumento, non valido per tutti. Validissimo per Rosella, che sfugge gli stereotipi ed ha elaborato una visione molto profonda dell’altro.
«Non credo che la sofferenza e il trauma migliorino le persone, spesso lasciano in loro segni che ne rendono più faticose le relazioni e persino la quotidianità. Non credo soprattutto che lo scopo dell’esistenza sia diventare ogni giorno migliori, ma che dovrebbe essere la felicità, a patto che questa personale felicità non implichi una lesione dell’altro, un’ingiustizia».

Conquistarsi le cose, una dopo l’altra. Come il tempo per leggere. Ora che leggere è diventato un modo per riempire l’isolamento, per Rosella diventa più difficile farlo.
«Leggere per me è sempre stata una forma di trasgressione: dai miei genitori che non erano lettori, dal tempo del lavoro (che impone letture obbligate e non di piacere) quando sono diventata adulta. In questo periodo sto leggendo meno: quando hai un tempo allargato che non hai scelto, ma che ti è stato imposto, quella inattesa libertà non riduce il senso di reclusione. È stato più semplice rileggere ciò che conoscevo e avevo amato, quasi un modo di aggrapparmi a delle certezze per non smarrirmi del tutto».

VIVERE È DISTRARSI DALL’ESISTENZA

«Nemmeno la retorica della vita frenetica come male di tutti i mali mi convince. Per cosa dovrei preservarmi se non faccio quello che desidero? Io lavoro tanto, o troppo, è vero, ma il lavoro mi salva, è una specie di divertissement pascaliano che mi distrae da me e dal nonsenso dell’esistere. Se la vita in sé non ha senso, almeno posso dare un senso alla mia, impegnandomi in ciò che desidero fare».

Ed eccola tornare, la paura. Quella di trovarci a dover protrarre atteggiamenti innaturali.
«Non sono sicura che nell’isolamento tutti scopriranno un nuovo benessere. Stare senza gli altri non è naturale, siamo animali sociali. Non poter camminare non è naturale, il nostro organismo ne ha necessità. E come tutti i mammiferi abbiamo bisogno di esplorare, non solo di rifugiarci in una tana».

Rosella Postorino con il Premio Campiello [il ritratto in apertura è di Carlo Gianferro]

LA PAURA DA CUI NASCONO I PERSONAGGI

“La paura governa il genere umano. Il suo è il più vasto dei domini. Ti fa sbiancare come una candela. Ti spacca gli occhi in due. Non c’è nulla nel creato più abbondante della paura. Come forza modellatrice è seconda solo alla natura stessa”. Scriveva così Saul Bellow nel suo “Il re della pioggia”.

E la paura domina anche i personaggi di Rosella. Li domina, li identifica e permette loro di vivere. Ester (La stanza di sopra, Neri Pozza, 2007) non tocca cibo in casa, perché ha “in bocca il gusto di niente”, intrappolata nella malattia di suo padre. Rosa (Le assaggiatrici, Feltrinelli, 2018) invece mangia: “è la fame ad avere la meglio; subito dopo, però, prevale la paura”. Laura e Caterina (L’estate che perdemmo Dio, Einaudi, 2009) fuggono al Nord scappando dalla paura di essere prigioniere, di perdere la libertà e la gioia, di mortificare la vita. Milena (“Il corpo docile”, Einaudi, 2013) ha paura di colpe che non sono sue ma che ha pagato e sembra condannato a continuare a pagare.

LA GABBIA DELL’ESISTENZA

«Tutti i miei personaggi vivono in un sistema totalitario, non solo Rosa, che è costretta a lavorare per Hitler. La vista stessa è un sistema totalitario: nessuno ha scelto di nascere, né dove né come, nessuno ha scelto di dover morire, ma tutti viviamo con la consapevolezza che un giorno accadrà. Dentro questa gabbia si possono avere sprazzi di libertà, di gioia, di bellezza, si può diventare Mozart o Michelangelo, appunto. O avere figli, ed essere felice per questo, trovare un senso. La gabbia non è per forza solo mortificazione.
«Il nazismo, la mafia, il carcere, la malattia sono forme di coercizione cui le protagoniste dei miei quattro romanzi sono soggette, ciascuna racconta questa contraddizione dell’esistenza. Forse in Ester è più evidente: suo padre è sospeso tra la vita e la morte da dieci anni, e lei rischia di perderlo da un momento all’altro, ma non lo perde mai.
«Rosa invece rischia di morire ogni giorno mangiando, cioè compiendo un gesto indispensabile per rimanere viva. Il cibo potenzialmente avvelenato è una metafora: rischiamo di morire ogni istante della nostra vita. Le relazioni e i sentimenti sono per i miei personaggi l’elemento sovversivo, la ricerca di una libertà dentro la gabbia».

Una visione pessimistica o una consapevolezza raggiunta?
«È una visione pessimista ma è anche un’esaltazione di ciò che più conta: la relazione con l’altro. Con gli altri corpi: perché nel contatto c’è la consolazione. Quando un bambino piange, non gli spieghi perché non deve farlo, lo abbracci e lui si calma. Per questo è terribile non poter toccare gli altri, adesso, anche se non è colpa di nessuno».

VIVERE SIGNIFICA GUARDARE AL FUTURO

Scriveva Kafka alla sua Milena (Jesenkà, la traduttrice di cui era innamorato): “La mia paura è la mia essenza, e probabilmente la parte migliore di me stesso”. La paura di Rosella non è certo la sua parte migliore, ma il motore di tutto il bello che c’è in lei. Suggestione letteraria dopo suggestione letteraria mi viene in mente un passaggio della Lentezza di Kundera: “l’origine della paura è nel futuro, e chi si è affrancato dal futuro non ha più nulla da temere”.

È così?
«Se ti affranchi dal futuro significa che non te ne frega più niente di vivere. Vivere significa desiderare, e dunque guardare al futuro. Il desiderio è la proiezione di qualcosa nel futuro: qualcosa che vuoi, che ti manca, e che immagini di poter avere nel futuro. Desiderare è una rivendicazione di esistenza. Poi, credo anche che nel tentativo di essere felici si possa accumulare molta rabbia, frustrazione, sofferenza, senso di inadeguatezza. L’ostinazione verso la felicità può creare molta infelicità. Indignarsi per la finitezza o il dolore cui sono destinati gli esseri umani non è certo la strada maestra verso la felicità».

CI VORREBBE L’ELLISSI DEI ROMANZI

Ci sono immagini di questa distopia che ci scorreranno per sempre nelle vene. Come la processione di carri armati e bare. Come tutto ciò che non trova parole. Che non vuole parole: è solo dolore.
Passerà anche questa. Torneremo ad abbracciarci, o almeno così speriamo.

Ma domani cosa vorremo ricordare di questa emergenza? Cosa vorrà ricordare Rosella?
«No, il mio problema è che non posso dimenticare niente. Io vorrei dimenticare.
«La cosa meravigliosa dei romanzi è che ci sono le ellissi, i salti temporali. Mi piacerebbe che ci fosse una lunga ellissi, che ci svegliassimo nel 2021, con il tempo che ha assorbito tutto il dolore: noi ci siamo assestati su una nuova abitudine, ma quell’abitudine esiste già. Nei romanzi, i personaggi e i luoghi riportano i segni, le tracce di ciò che è accaduto, ma quel che è accaduto, magari per anni, può restare fuori scena. Noi invece dobbiamo rimanere sempre in scena, attraversare la pandemia per arrivare, faticosamente, a una nuova abitudine».

Paola Bottero

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