venerdì 12 Agosto 2022
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Cosa ci sta insegnando il Coronavirus

Slow Food stava per proporre un modello socio-economico alternativo per contrastare la crisi ecologica. La pandemia ha reso il dibattito ancora più urgente


La paura non è un sentimento che appartiene alle persone slow: la paura mette agitazione, ansia, fretta.
L’agricoltura e più in generale la natura, invece, ci insegnano il rispetto dei tempi. Non è forse un caso che molte persone in questi giorni di quarantena stiano riscoprendo il piacere di fare le cose “da sè”, a partire proprio dalla cucina e dalla preparazione del pasto che è innanzitutto cura dell’altro.

Ma il rifuggire la fretta non è mai allontanamento dalle responsabilità e dalla consapevolezza ed è per questo che il dibattito dentro Slow Food si sta facendo più intenso proprio in questi giorni particolari. Prima che il coronavirus ci costringesse tutti ad una quarantena forzata, l’associazione aveva lavorato a livello globale al lancio di un appello urgente all’azione collettiva, ovvero ad un documento che voleva richiamare alla necessità di farsi carico della proposta di un modello socio-economico alternativo, soprattutto per contrastare la crisi climatica in atto.

La pandemia non ha fatto altro che rendere evidente a tutti non solo che viviamo in un mondo fortemente interconnesso in cui un virus si avvantaggia della globalizzazione, raggiungendo qualsiasi angolo del globo ad una velocità mai ipotizzata prima, ma anche che se ci sono ragioni determinanti per la nostra sopravvivenza siamo tutti, ma proprio tutti, disposti a rivedere fortemente i nostri stili di vita.

SENZA L’UOMO IL SISTEMA ECOLOGICO MIGLIORA?

La scienza mai tanto vituperata prima della pandemia e mai tanto osannata ed invocata (persino dalla politica) come in questi giorni, ci saprà dire se qualche mese di lockdown ha determinato davvero effetti positivi misurabili sul sistema ecologico. È ancora troppo presto per dire se l’assenza dell’uomo ha davvero, come sembra, prodotto una migliore qualità dell’aria, delle acque e degli ecosistemi in genere, ma non è troppo presto per dire che se siamo stati capaci in pochi giorni di rivedere tutte le nostre priorità, forse dovremo essere in grado di farlo anche quando il rischio di contagio si sarà abbassato e torneremo a uscire e a “invadere” lo spazio che condividiamo con altre specie viventi, in modo da rendere più semplice in futuro rispondere a crisi sanitarie, ambientali, climatiche, sociali ed economiche.

Potrebbe essere saggio estendere il concetto di distanziamento sociale proprio a cominciare dai luoghi che decideremo di invadere, rivalutando e rivitalizzando luoghi che recentemente abbiamo abbandonato, ma che per secoli hanno fornito risorse e contesti di crescita e di vita: quelli delle nostre aree interne, i borghi degli appennini e i paesi di montagna.
Ha senso continuare ad affollare le megalopoli e le metropoli urbane quando larghe fette di territorio soffrono l’abbandono e lo spopolamento?
Non sarebbe forse auspicabile un contro esodo che ci riporti a riscoprire un senso più forte di comunità locale?

Dal punto di vista della qualità delle produzioni agroalimentari sicuramente ne troveremo beneficio, oggi le aree appenniniche rappresentano i luoghi dove viene prodotta l’eccellenza delle filiere più importanti per la nostra alimentazione: cereali, latte, legumi e olio.
È fondamentale però affinché questo avvenga invertire anche la direzione degli investimenti pubblici. Se vogliamo comunità forti e resilienti dobbiamo dotare le nostre aree interne di servizi essenziali: ospedali, scuole e internet superando i problemi di digital divide perché tanto lavoro si può fare anche vivendo in ambienti salubri, all’interno di comunità in cui ci riconosciamo.

GLI INSEGNAMENTI DEL VIRUS

Citando il celebre economista Luigino Bruni in una sua recente dichiarazione potremmo dire che “Il virus passerà, che non passi la sua dolorosa lezione. E intanto i cinesi son tornati a riveder le stelle, per uno shabbat forzato da inquinamento. Ciò che non facciamo per amore ogni tanto lo facciamo per dolore”.

Questo virus ci fornisce oggi l’opportunità di tornare a credere in luoghi, ritmi e valori che avevamo trascurato, lo fa nel modo peggiore, causando morte e dolore, ma per governare il limite abbiamo un’altra strada da cui ripartire: quella dell’amore e del rispetto.

Giuseppe Orefice
Tecnologo alimentare: si occupa di educazione alimentare e ambientale. È tra i fondatori di Agrigiochiamo, realtà che collabora con diverse fattorie didattiche in tutta Italia. Autore di diversi libri sulla funzione sociale dell’azienda agricola, l’agriasilo, la scuola nel bosco e le fattorie didattiche, è risultato un “innovatore visibile” nell’ambito della ricerca nazionale “Spiriti innovativi” della fondazione Human Plus. È componente del Comitato esecutivo e consigliere nazionale di Slow Food Italia.
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